Avellino: «Noi, prigionieri degli ingombranti, Commissario si dia una svegliata»

L'area di Pianodardine "sospesa in attesa di verifiche" che vanno avanti da mesi, oramai

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Quando un servizio essenziale viene aperto con enfasi e chiuso con un comunicato, senza tempi, senza risposte, senza responsabilità chiare, il messaggio che passa è devastante: il cittadino non conta

Avellino.  

Ci sono storie che iniziano come promesse. E poi, senza nemmeno accorgertene, finiscono come scuse. Quella dell’isola ecologica di Pianodardine è esattamente questo: una promessa tradita sotto gli occhi di tutti. E nel mezzo — che è poi il punto più doloroso — ci stanno i cittadini. O meglio: i prigionieri degli ingombranti. Già, perché la verità è molto più semplice di quanto si voglia far credere.

Dalle stelle alla stalla (dentro casa)

Il 15 aprile 2024 si tagliava il nastro. Parole altisonanti, quasi solenni: “compendio logistico infrastrutturato”, “ampi piazzali”, “area impermeabilizzata”, “strumento fondamentale per il corretto smaltimento”. Una città più pulita, più decorosa, più efficiente. Un sistema che funzionava, o almeno così si raccontava. Poi arriva il 6 novembre 2025. E la stessa struttura — improvvisamente — viene chiusa. “In attesa di verifiche”. “Attività conoscitiva”. “Controllo della documentazione”.

Tradotto: non si sa. Non si sa cosa non andava. Non si sa cosa manca. Non si sa quanto durerà. E soprattutto: non si sa perché, mentre loro verificano, i cittadini devono arrangiarsi. Perché nel frattempo la realtà è diventata grottesca. Gli ingombranti non spariscono per decreto. Restano. Nelle case, nei garage, nei cortili. E allora succede quello che succede sempre quando il servizio pubblico si inceppa: il cittadino si trasforma in equilibrista. Divani tagliati. Armadi smontati a pezzi. Materassi spezzati.

Commissario, sveglia: è un servizio essenziale

Lo “spezzatino dei rifiuti”. Un pezzo alla volta, sperando di rientrare nelle maglie di un sistema che non è più sistema. Un incubo quotidiano, fatto di tentativi, errori, attese. E spesso — diciamolo — di abbandoni. E qui il punto non è tecnico. Non è burocratico. Non è nemmeno amministrativo. È politico. Ed è profondamente culturale. Perché quando un servizio essenziale viene aperto con enfasi e chiuso con un comunicato, senza tempi, senza risposte, senza responsabilità chiare, il messaggio che passa è devastante: il cittadino non conta.

Quanto durano queste verifiche?

Le verifiche? Giuste, per carità. Doverose. Ma mesi di verifiche senza esiti visibili non sono rigore. Sono paralisi. E la paralisi, quando si parla di rifiuti, non è neutra. Produce degrado. Produce rabbia. Produce sfiducia. E allora la domanda, quella vera, è semplice e brutale: chi paga questo vuoto? Non chi firma le ordinanze. Non chi rilascia dichiarazioni. Non chi “sta verificando”. Lo paga chi ha un divano da buttare e non sa dove portarlo. C’è una distanza, ormai evidente, tra chi gestisce e chi vive la città. Una distanza fatta di linguaggio, di tempi, di priorità. Da una parte si parla di “documentazione abilitativa”. Dall’altra si accumulano rifiuti.

Questo è il segno di cosa non fare

E nel mezzo non c’è più mediazione. Non c’è più fiducia. Solo una sensazione, sempre più chiara: che qualcosa si sia rotto. E non dentro l’isola ecologica, ma nel rapporto tra istituzioni e cittadini. Forse il punto non è nemmeno riaprire Pianodardine. Il punto è smettere di trattare i servizi pubblici come annunci da inaugurazione e chiusure da giustificare. Perché una città non si misura da come apre le sue strutture. Si misura da come le tiene in piedi, ogni giorno, senza trasformare i suoi cittadini in prigionieri.