Un legame tra l’alimentazione e lo scorbuto era stato evocato da molti capitani di navi fin dall’inizio del XVI secolo.
Jacques Cartier, immobilizzato da molte settimane tra i ghiacci del San Lorenzo, osservò che le manifestazioni dello scorbuto regredivano dopo l’assunzione di un rimedio ideato dagli Irochesi, che preparavano un infuso con le bucce e le foglie di un albero della famiglia della tuia. Nel 1604 il farmacista e grande viaggiatore francese Francesco Martin scriveva nelle sue note del “Primo viaggio nelle Indie Orientali”: non vi è niente di meglio per proteggersi da questa malattia che assumere un succo di limone o di arancio, di acetosella o di crespino, e di assumerlo frequentemente. Alcuni navigatori intuirono che degli scali erano necessari, e incoraggiavano il consumo di frutta fresca. Comunque la maggior parte dei capitani che avevano per missione il raggiungimento delle terre estreme preferivano mantenere la rotta per mesi, preoccupati più per gli elementi contrari che per la salute dei marinai. Era allora impensabile, e in ogni caso troppo costoso, imbarcare frutta e verdura fresca.
Richard Hawkins (1562-1622), navigatore inglese, raccomandò il succo di limone fin dal 1593. Nel 1601 James Lancaster, navigatore inglese che lavorava per conto della Compagnia britannica delle indie orientali (British East India Company), costatò che su i quattro vascelli della sua flotta, solo il suo, sul quale veniva distribuito del succo di limone, era risparmiato dallo scorbuto. Nel 1617 John Woodall, medico della citata compagnia, raccomandava di consumare ogni giorno un succo di limone per prevenire lo scorbuto. Stranamente queste preoccupazioni ripetute non ebbero eco presso le autorità (nulla di nuovo sotto il sole). Nel 1734 Johann Bachstrom, scrittore, teologo e uomo di scienza di origine polacca che visse in Olanda, conosciuto per le sue riflessioni in anticipo al suo tempo, conferisce ai vegetali un potere “anti-scorbuto”.
Nel 1734, nelle “Observationnes circa scorbutis” egli afferma che la privazione di ogni vegetale fresco è la sola ed unica causa dello scorbuto. James Lind (1716-1794), nativo di Edimburgo, chirurgo capo a bordo della nave “HMS Salisbury” della Royal Navy, nella primavera del 1747, cominciò a testare dei trattamenti pretenziosamente anti-scorbuto di cui egli disponeva. Egli costituì un gruppo di 12 marinai affetti dallo scorbuto allo stesso stadio della malattia, e che consumavano lo stesso nutrimento e vivevano tutti nelle stesse condizioni. Egli crea sei coppie alle quali somministrò ogni volta un trattamento differente per paragonare l’efficacia rispettiva: 25 gocce di vetriolo (acido solforico diluito) o due cucchiai di aceto o di sidro o una mezza pinta di acqua di mare o una mistura pastosa di aglio, di rafano e di mostarda, o ancora due arance e un limone.
Ad eccezione del succo di limone la cui dotazione era limitata ad una porzione alla settimana, i trattamenti furono somministrati durante 14 giorni. Dopo alcuni giorni i segni della malattia spariscono nel solo gruppo trattato con gli agrumi. Nonostante l’evidenza James Lind, fedele alle idee del suo tempo, restò dell’opinione che la malattia fosse causata, non da una carenza alimentare, ma dall’umidità eccessiva che impediva l’escrezione degli umori indesiderabili dal corpo. Secondo lui l’acidità degli agrumi agiva neutralizzando i fluidi nefasti dell’organismo all’origine della malattia. Egli propose di fare bollire il succo di limone assicurandone la conservazione, distruggendo così il principio attivo. Lind, quando dopo 14 anni divenne medico capo dell’ospedale della Royal Navy, l’ospedale Hslar, persistette nell’errore, per poi ravvedersi pudicamente nel 1772, nella terza edizione del suo trattato.
James Cook (1728-1779), uno dei più celebri navigatori di tutti i tempi, il primo ad esplorare la costa orientale dell’Australia, l’isola di Pasqua, e la Nuova Caledonia, conosceva il ruolo di prevenzione delle verdure. Egli non ebbe alcun caso di scorbuto tra i suoi marinai imponendo loro il consumo di cavoli e di agrumi, imbarcati in abbondanza alla partenza da Southampton. Egli non sapeva che i cavoli preservavano la vitalità della vitamina C presente negli agrumi. Il consumo del succo di limone fu imposto agli equipaggi inglesi dopo 40 anni per iniziativa di un chirurgo navale, Gilbert Blane, allora Commissioner of the Sick and Wounded Seamen dell’ammiragliato. Il succo di limone fu diluito in alcol. Ne seguì un’eradicazione dello scorbuto. La bevanda, tenuta segreta, contribuì alla supremazia della Royal Navy in un tempo nel quale le malattie uccidevano più dei naufragi e dei combattimenti. La descrizione clinica dello scorbuto è restata per lungo tempo abbastanza confusa a causa dell’eterogeneità delle manifestazioni, secondo lo stadio della malattia, la severità delle carenze specifiche, l’associazione ad una denutrizione globale, o l’esistenza di comorbidità.
Sono state proposte numerose classificazioni tra le quali, per esempio, l’assenza di reazione ai trattamenti. Si distingueva così lo scorbuto di mare che interessava i marinai, e lo scorbuto di terra descritto tra gli indigenti e gli affamati. Meglio descritto nella gente di mare rispetto a quella di terra, dove si installava piuttosto in un contesto di carestia, la malattia si manifestava progressivamente dopo 2-3 mesi di navigazione con un’astenia estrema, una debolezza muscolare, artralgie e dolori ossei, pallore estremo, una gengivite ipertrofica e emorragica, caduta di denti, ipercheratosi follicolare, porpora petecchiale, ecchimosi, riapertura di vecchie cicatrici, sanguinamento diffuso, emorragie sotto-periostee dolorose ed invalidanti. La prognosi era pertanto infausta.
Sulla terra ferma le manifestazioni dello scorbuto erano riconosciute con ritardo.
Delle epidemie furono descritte nelle prigioni inglesi, come quella di Millbank (Londra) o durante la grande carestia in Irlanda tra il 1845 e il 1852, quando la raccolta di patate, il cui tenore in vitamina C è importante, ebbe un calo importante. Lo scorbuto fece strage negli Stati Uniti, in California durante la crisi mineraria dell’oro, durante la guerra di Crimea, e in Francia durante l’assedio di Parigi del 1870, e anche durante le prime esplorazioni polari. I primi casi di scorbuto infantile sono stati descritti nel 1650 da un medico inglese, Francis Glisson, in un trattato dedicato al rachitismo, affezione con la quale lo scorbuto sarà confuso per due secoli. Si trattava in effetti della periostite emorragica dello scorbuto, confusa con il rachitismo. Gli autori, pediatri, Walter B. Cheadle e poi Thomas Barlow sottolinearono l’effetto benefico e salvatore del latte e della purea di patate. Si parlò allora di “malattia di Barlow”, da non confondere con il prolasso della mitrale che porta lo stesso nome.
