«L’hip hop racconta l’altro volto della città, quello fatto di stradine troppo strette per camminare fianco a fianco, di personaggi che vivono ai margini, di periferie dove crescere rappresenta una sfida quotidiana . Ho conosciuto il mondo dell’hip hop nel 2007. Da allora ho girato la Campania, il Lazio, la Calabria, partecipando a numerose battaglie rap e ho già pubblicato tre Ep e un disco. Ma quello che mi rende più fiero è l’orgoglio che provo quando penso a cosa rappresenta, per me, l’hip hop: cultura, libertà, disciplina. Ci sono principi, regole e divieti, la musica è solo l’espressione più evidente di un universo molto più complesso.». Ci dice Luca Esposito, giovanissimo rapper irpino, da tempo protagonista della scena musicale campana col nome di Masterman.
Incontriamo Luca nel regno dell’hip hop avellinese, lo spiazzale di fronte all’ex cinema Eliseo. Un giardino urbano nel quale si riunisce la gioventù locale. I graffiti sui muri raccontano di amori dirompenti che animano i muretti e le scale qui accanto, dove coppiette giovanissime si scambiano tenere effusioni. E poi ci sono altri murales, decisamente più crudi, che raccontano paure, tensioni, rabbia, disagi dei figli più giovani della città. Ci sarebbe tanto da leggere su queste tele di cemento, eppure, Luca non è d’accordo. Ci dice che questi sono i graffiti più brutti, quelli privi dell’anima della città. Chiedo dove sia quest’anima, lui sorride. Si va verso San Tommaso.
L'HIP HOP E' VITA
«Questa – dice mentre il frastuono della auto ci costringe ad alzare la voce – è la vera casa dei graffiti: un tempio di arte urbana. Qui il Comune ha permesso ai ragazzi di esprimersi e loro hanno ripagato la fiducia ridando colore ad una zona in disarmo: l’arte è come i lampioni che si illuminano nelle strade buie, costringe la paura a cedere il passo. Se l’amministrazione desse più spazio ai ragazzi sono certo che le idee vincenti fiorirebbero in gran numero, certo, poi bisognerebbe fornire anche tutto quello che serve per rendere un luogo davvero fruibile».
L’hip hop è cassa di risonanza di un malessere che non riesce, per quanto acuto, a uccidere la speranza: «Questo genere musicale sta riscuotendo grande successo in Irpinia, grazie alla tv e al cinema che hanno dedicato numerose produzioni alla cultura hip hop che caratterizza i ghetti americani. Anche la nostra musica racconta il disagio col quale ci confrontiamo quotidianamente: non c’è violenza come nelle periferie degli Stati Uniti, ma le tante scatole vuote della città e le poche opportunità lavorative che costringono molti giovani ad andar via, sono problematiche molto sentite fra noi ragazzi».
TRA IRPINIA E L'AMERICA E RITORNO
«Tra America e Campania – continua - esiste una grande affinità sotto l’aspetto musicale. Soprattutto per quanto riguarda lo slang, il rap napoletano si nutre della stessa schiettezza che contraddistingue la lingua americana. Una musica fatta di colpi di scena, intuizioni, cambi di direzione, improvvisazione, tanta improvvisazione. Assistere ad una battaglia rap che vede protagonista un napoletano è sempre uno spettacolo entusiasmante e imprevedibile».
La realtà dei rapper avellinesi deve spesso far i conti con l’incomprensione delle forze dell’ordine. L’abbigliamento dei ragazzi, con il tradizionale cappellino con la visiera all’indietro o la canottiera priva di maniche, sembra esercitare sui poliziotti un particolare fascino seduttivo. Luca ci racconta che nell’ultima settimana lo hanno fermato già quattro volte: «Conosco i nomi di tutti i vigilanti della zona, ma loro non devono avere una gran memoria, fermano sempre me e i miei amici. Direi quasi che ci provino gusto».
I ragazzi sono costretti a cercare fortuna altrove, soprattutto fra i comuni di Napoli e Caserta.
«A Napoli – spiega Luca – la cultura underground ha raggiunto livelli molto elevati. Le competizioni fra rapper sono all’ordine del giorno anche se finiscono per premiare soprattutto i musicisti di casa. E’ il pubblico a dover decidere il vincitore e così, spesso, le tematiche, lo stile, la l’originalità dell’esibizione, passano in secondo piano. Ci sono tanti rapper campani davvero straordinari, penso a Nazo o Clementino che ora ha firmato con una grande etichetta. Io sono cresciuto col mito del milanese Fabri Fabri, ma tanti sono i rapper che rappresentano una fonte d’ispirazione. Oggi ad essere molto bravi sono i francesi che hanno uno stile davvero dirompente».
«Gli anni nel mondo dell’hip hop – conclude- mi hanno fatto capire quanto sia difficile vivere di musica, ma io non rinuncio certo al mio sogno. Il mio nuovo disco, Senza filo parte 1, è scaricabile gratuitamente sul sito Mediafire o al link su slamfam (http://www.slamfam.it/masterman-mc/senzafilo/). Ogni volta che rimo provo la passione della prima volta, seguo il mio stile e sento che nulla può frapporsi fra me e la musica. E’ così da sempre, la musica significa tutto. Spero che grazie ad essa si possano denunciare le tante cose che non vanno nella nostra società: dalla lontananza delle amministrazioni verso i più giovani, passando per i tanti episodi di intolleranza che osserviamo in questi giorni, fino ad arrivare al grido d’aiuto delle periferie che resta, spesso, inascoltato. Voglio essere la voce mai muta di questa città, aiutandola a non smarrire la speranza»
(Foto di Pellegrino Tarantino)
Andrea Fantucchio
