di Luciano Trapanese
La Gran Bretagna è la meta preferita dei giovani campani in cerca di futuro lontano dall'Italia. Londra, Edimburgo, Liverpool e così via. Sono pieni di ragazzi partiti da Napoli, l'Irpinia, il Sannio, Salerno, Terra di Lavoro. Ora, dopo la vittoria della Brexit e la conseguente uscita del Regno Unito dalla Ue, cosa accadrà? Potranno continuare a viaggiare, vivere e lavorare come ora? O dovranno munirsi di permessi, passaporti e tutte le inevitabili, e comunque ipotizzabili, restrizioni?
Che sia un passo indietro è evidente a tutti. Certo, l'Europa così com'è non funziona come dovrebbe. L'unione reale è rimasta a metà del guado. Si guarda ai conti più che a concrete politiche comuni. Si guarda al bilancio e non alla crescita, ad un welfare condiviso, al riequilibrio tra chi ha troppo e chi non ha niente. Ma tutto questo giustifica un ritorno al passato?
Crediamo di no. La frantumazione dell'Europa unita è il sogno dei nostalgici di professione. Di quelli che “si stava meglio prima”. I signori dello slogan facile facile, quelli che non affrontano le questioni, ma – più semplicemente – dicono “basta”, senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze. E delle possibilità di vita che vengono cancellate, con quel “basta” puramente elettorale , per tanti giovani.
Dopo la vittoria degli isolazionisti britannici, si sono svegliati anche quelli di casa nostra (per non parlare dei francesi). Ora le ruspe di Salvini, dopo aver mancato il bersaglio grosso dei campi rom, sono pronte a puntare su Bruxelles. Ma per fare cosa? Per distruggere un sogno lungo settanta anni in luogo di quale futuro? Quello delle frontiere tra ogni Stato europeo, del ritorno alla liretta, al nostro piccolo, ristretto, anacronistico mondo antico?
Se c'è un dato che impressiona in Gran Bretagna è proprio quello che riguarda l'analisi del voto degli under 35: più del settanta per cento si è espresso in favore dell'Europa. Sono dunque le generazioni più vecchie ad essersi rifugiate in un passato che si ritiene più tranquillizzante. Come se la crisi mondiale, i danni della globalizzazione selvaggia, il liberismo sfrenato, siano tutti da addebitare all'Ue, senza neppure chiedersi – neppure per un istante -, cosa sarebbe accaduto senza l'ombrello (a volte il paracadute), dell'Unione.
Ora per i giovani campani rischia di chiudersi una porta, una occasione, una possibile soluzione per costruirsi il futuro. Se poi l'effetto domino dovesse investire il resto delle Nazioni, Francia e proprio Italia in primis, si tornerebbe agli anni '70. Una Europa con micro nazioni, incapaci di aver anche solo un minimo peso nell'economia globali. Un insieme di debolezze, tutte chiuse nel loro angusto recinto, con politiche sempre più ottuse, malate di populismo e nazionalismo, destinate a pagare con un implacabile declino, una scelta tutta votata al più scellerato egoismo.
L'augurio, per tutti, è che i nostri ragazzi – quelli di Erasmus, quelli che sono cresciuti con l'idea di essere europei e non solo italiani o francesi – ribaltino un sentire comune che è dettato più dalla paura del futuro che dalla vera contrapposizione all'idea di un continente unito.
