Sì, era meglio. Molto meglio farne una “cittadella del sesso free e senza limiti”, come aveva proposto l'allora consigliere comunale Pasquale Anzalone. O anche – l'idea era sempre sua – un suk per i musulmani della Campania, e non solo. C'erano già gli arabi pronti a investire.
Era meglio rispetto al nulla. Parliamo del Mercatone, naturalmente. Quella vergogna di cemento che non è neppure più argomento di discussione. Non rientra nei programmi dei candidati a sindaco, non è stata inserita neanche nell'accordo dei cento giorni. Semplicemente non c'è. Dimenticato. Si parla solo della Dogana (per carità, un simbolo), dell'Eliseo (per carità bis, un simbolo). Giusto qualche accenno agli altri cantieri eterni (tunnel in primis). Ma di quell'enorme tumore di cemento piantato da decenni nel cuore di Avellino, niente. Quasi la città lo avesse assorbito, inserito così com'è nel suo contesto urbano. In realtà è una resa incondizionata. Nessuno sa cosa farne, e come riconsegnare quell'area alla vita pubblica. E allora? Meglio far finta di nulla. Meno se ne parla, meglio è.
Per questo anche l'idea anzaloniana di trasformarlo in una cittadella del sesso (una piccola Amsterdam a due passi dalla casa del vescovo...), oggi sembra la migliore. Anche perché l'unica. Nessuno ha dimostrato almeno la fantasia dell'ex consigliere.
Eppure ci ricordiamo lo “scandalo” suscitato da quella proposta. Ma come? Nel cuore di Avellino sexy shop, locali a tema, cinema hard e club privè? Giammai! Il Mercatone – si disse - è nato per essere centro commerciale, al più verranno dati spazi ad uffici, magari anche pubblici. Beh, abbiamo visto. E' diventato un albergo per disperati. Tollerato, perché non si può fare altrimenti. Tollerato, anche perché almeno serve a qualcosa.
E' costato tra i trenta e i cinquanta miliardi di lire. Abbatterlo o rimetterlo in sesto costerà molto di più. Un fallimento totale. E del quale nessuno si assume le responsabilità. Venne presentato alla città come un passo decisivo verso un futuro «di prosperità e benessere». Venne paragonato alla navicella spaziale che avrebbe portato in orbita il commercio cittadino, che già all'epoca – inizi degli anni '90 - era in palese affanno. In orbita sarà andato, ma ha sbagliato rotta. Ora galleggia nel vuoto cosmico.
Oggi nessuno ammette di averlo mai voluto. Il Mercatone è un mostro senza padri. Ma non è il passato il problema. La questione riguarda il futuro. Cosa farne di quell'ammasso di cemento ormai a pezzi? E' invendibile, inutilizzabile, probabilmente non è neppure possibile ristrutturarlo (ma per farne che?). E allora? Teniamolo lì, non fa male a nessuno. Sarà un simbolo del fallimento, ma è il fallimento di chi è venuto prima. Non può essere un problema – questo pensano – di chi amministra ora.
E allora forse, era davvero meglio dar retta a Pasquale Anzalone e farne una cittadella del sesso. In barba a scandali e sfottò. All'epoca si sollevò una muraglia, e tutti ad elencare quale sarebbe stata la destinazione di quella struttura. Tutte idee neppure abbozzate e subito rimesse nei cassetti.
Oggi – come detto - costerebbe troppo anche abbatterlo. E quindi resta lì. Monumento perenne allo spreco. Quando i soldi c'erano e venivano gettati, senza avere nessun interesse al dopo. Se la città è in queste condizioni (pietose), ricordiamo anche quegli anni. Il crack avellinese ha tanti padri e si porta dietro due clamorose occasioni mancate: la ricostruzione flop dopo il terremoto (e i simboli sono proprio il Mercatone e il mega macello comunale, naturalmente inutilizzato), e la mancata realizzazione di quel progetto di città varato da Di Nunno (all'epoca si era nella stagione d'oro dei sindaci, con De Luca, Viespoli e Bassolino in Campania), e affossato da ottuse visioni politiche, mediocrità, vane ambizioni personali e superficialità.
Guardare il Mercatone significa guardare tutto questo. E' la plastica rappresentazione delle occasioni perdute. Forse il futuro inizia dal risanamento di quella piaga sempre aperta. Ma è una questione troppo difficile. E allora, meglio ignorarla. E' un errore del passato, e lo risolvesse quello che verrà dopo. In un dopo che naturalmente è perenne.
di Luciano Trapanese
