Il caloroso abbraccio prima di andare a scuola. Trovare il pranzo pronto a casa. Il fatidico "non fare tardi, mi raccomando". Il bacio della buonanotte. Il "ti voglio bene" dei messaggi whatsapp.
Non c'è dubbio. La mamma è sempre la mamma. Insostituibile. Imparagonabile. Una presenza indispensabile. Se manca lei, manca tutto. E quando questo tutto viene a mancare, non resta che aggrapparsi alla speranza. Bisogna farsi forza. E farsi forza, è dir poco.
Lui di forza ne ha da vendere. Scalabrino de Maio, sedicenne di Pannarano. Orfano di madre da ben sette anni.
«Mia madre era una donna bellissima. Il ritratto di un angelo - racconta -. Alta, magra e con capelli rossi. Aveva 43 anni. Il suo nome era Adele ma tutti la chiamavano Adelina. Era una persona generosa. Il nostro rapporto era invidiabile. Vivevamo a Ospedaletto. Stavamo sempre insieme, mano nella mano. La seguivo ovunque andasse. Al nostro paese ci chiamavano "a mamma e o' cacciuttiello". Insomma, lei era il mio mondo».
Un mondo destinato all'aldilà. Anno 2009. Amara sorpresa per la famiglia de Maio. «Da un bel po', mia madre soffriva fisicamente. Era stanca. Non riusciva a far nulla. Della casa se ne occupava Lucia, la mia prima sorella maggiore. I medici sostenevano fosse una forte depressione. Non avevano capito un bel niente», dice.
Diagnosi affrettate. Fin troppo. Dietro l'apparente depressione di Adelina, si cela ben altro. Mese di Ottobre. Visita al "Moscati" di Avellino. Risultanti strazianti. «Mia madre cadde a terra. Perse i sensi. La portammo così in ospedale. Si scoprì che aveva un tumore al cervello. Poche erano le possibilità di rimanere in vita. Il male incurabile si era sparso ovunque. Fu così che venne ricoverata per ben quindici giorni».
Quindici giorni di inferno. «Avevo soltanto nove anni ma ricordo tutto. Ricordo alla perfezione l'ansia che mi assaliva quotidianamente. La paura di perdere il mio angelo cresceva giorno dopo giorno. In particolare, il giorno precedente alla sua morte - continua -. Avevo uno strano presentimento. Ero a casa con mia nonna e le dissi queste parole: «Nonna, ma come faccio senza mamma? Non può morire. Io senza di lei non vivo. Lei cercò di confortarmi: "Tranquillo, mamma non morirà"», afferma Scalabrino.
Ebbene sì, mai dire mai. Il presentimento diventa realtà. «Sei ottobre 2009. Data scolpita nel mio cuore. A casa non c'era nessuno eccetto mia cugina. Mi fece giocare con lei per distrarmi. Ma non ero sereno. Per niente - continua -. Verso metà mattinata arrivò mia zia. Mi prese in braccio e mi portò sul divano. "Scala, mamma è morta". Piansi a dirotto. Una parte di me era volata in cielo».
«Il giorno dopo la vidi. "Scala, io ti voglio tanto bene ma sappi che quando vedremo la mamma, lei non alzerà nemmeno un dito", mi disse dolcemente mia sorella - continua -. Entrammo in chiesa. La bara era aperta. Lei era bianca ma elegante, come sempre. Non ce la feci a seguire il rito del funerale. Era troppo per me. Le baciai le mani e scappai via. Volevo andare lontano».
Passano ventiquattro ore. La bara è portata al cimitero. Ma la sotterrarono. «Lei, prima di morire, espresse il desiderio di non essere dimenticata sottoterra. Noi figli esaudimmo il suo volere - continua -. A oggi, ogni volta che la vado a trovare, bacio sempre la bara. E poi le parlo», conferma.
Già, Scalabrino racconta tutto a sua madre. Costantemente. «Da quel maledetto sei ottobre, non c'è un giorno in cui non le parlo. Di solito per una decina di minuti. Mi rinchiudo in camera e le confido i miei sentimenti, le mie emozioni. Le racconto cosa ho fatto nella giornata, cosa ho intenzione di fare. E sento che lei mi ascolta. Avverto la sua presenza. Lei è sempre accanto a me. Ne sono sicuro».
Trasferimento alla casa dei nonni. La casa dove ha vissuto per nove anni viene abbandonata. «I miei erano divorziati da diverso tempo. Ora che mamma non c'era più, la mia custodia venne affidata ai nonni materni. Mi hanno cresciuto con amore e dedizione. Il nostro rapporto si rafforzò. A loro devo tutto - continua -. La casa dove viveva mia madre è rimasta intatta. Apportarle delle modifiche sarebbe come distruggere il ricordo di mia madre», spiega.
Un vuoto incolmabile. Vuoto riempito da una fragilità sempre più crescente. «Piangevo per ogni minima cosa. Un semplice rimprovero era un dramma. L'ultimo anno di scuole elementari divenne un incubo. Ricordo di dover partecipare a una recita in onore della festa della mamma - continua -. Le prove furono massacranti. A ogni canzone, le lacrime mi rigavano il volto. Tre miei compagni di classe mi prendevano in giro. Io ci stavo male. Era facile per loro. Loro una mamma a cui dedicare tutte quelle canzoni ce l'avevano. Arrivato il giorno della recita, c'erano mio padre e le mie sorelle ad assistermi. Ma io non cantai. Intanto, i miei familiari si abbandonarono alla commozione».
E' proprio vero. Chi muore vive nel cuore di chi resta. Soprattutto la notte, nei sogni. «Ho sognato spesso il mio angelo. Il primo sogno risale a due giorni dopo la sua morte. Ci trovavamo seduti in un grande prato verde. Lei mi guardava e sorrideva. Occhi indimenticabili. Il giorno dopo mi risvegliai felice. Mia madre era venuta a salutarmi. Non potevo chiedere nulla di meglio», sentenzia.
Scalabrino compie undici anni. Iscrizione alle scuole medie del luogo di residenza. «Affrontare il percorso di crescita senza il grembo materno è difficile. Ripeto, i miei nonni mi hanno coccolato e viziato. Ma mi mancavano i rimproveri di mia madre - continua -. Ricordo di aver provato tristezza alla gita di terza media. Destinazione Bruxelles. All'orario di partenza, tutti i miei compagni di classe erano in presenza della loro mamma. Invece io fui accompagnato da mio nonno. Tristezza assoluta».
«In classe, ai soliti temi sulla mamma, io lasciavo lo spazio vuoto. Non volevo descriverla. Non accettavo l'idea della sua scomparsa. Eppure di ricordi suoi ne ho molti. Ho tanti album di foto. Ho un bracciale che mi comprò quando andammo al mare. Località, Santa Maria di Castellabate. Ma il ricordo più bello è una canzone che una sua amica le ha dedicato. La colonna sonora della mia vita. Il titolo è "Dolce amica mia". Le parole del testo le conosco a memoria. "Eri una donna fantastica ma il destino ha voluto così. Mi manchi dolce amica mia". Le ricorderò per tutta la vita», racconta singhiozzando.
A quattordici anni, l'ingresso all'istituto professionale "G. Marchitelli" di Villa Santa Maria, in Abruzzo. «Decisi di andare lì, anche se lontano. Era uno degli istituti più prestigiosi. Volevo rendere fiera mia madre».
Il peso dei sacrifici si fa sentire. «Sveglia alle quattro e mezza del mattino. Mio nonno mi accompagnava alla stazione di Bojano per poi prendere il treno e arrivare a destinazione - continua -. Il via vai durò un anno. Ma io e mio nonno eravamo stanchi. Allora prendemmo la decisione di trasferirmi all' "Ipssar Manlio Rossi Doria" di Avellino».
La cucina è sempre stata una sua passione. «Da piccolo prendevo dai mobili tutte le pentole e le mettevo sui fornelli, fingendo di cucinare. Mia madre mi sgridava nonostante fosse molto paziente con me. Ogni volta che impastava la pasta per la pizza, me ne rimaneva un po'. Davo sfogo così alla mia creatività. Bei tempi», ricorda con nostalgia.
«Il tempo passato mi ha fortificato. Il dolore mi ha donato una maturità maggiore rispetto ai miei coetanei. Non provo rabbia nei confronti di Dio. Certo, ha tolto una parte del mio cuore, della mia anima. Ma non me la prendo con Lui. Del resto, Gesù vuole accanto a sé gli angeli più belli. Lo ammetto, sono felice. Sono sicuro che lassù mamma lo è perché ha smesso di soffrire. E se lo è lei, lo sono anche io - continua -. Si, mi chiamo Scalabrino ma in fondo sarò sempre Matteo. Questo era il nome che mamma voleva darmi. E se piaceva a lei, ora piace anche a me».
I progetti riguardo il futuro sono ben precisi. L'unico scopo è rendere onore all'anima di Adele. «Da grande sarò un cuoco. Mi piacerebbe aprire un ristorante col nome di mia madre. Un ristorante dedicato a lei. Alla bella persona che era. Anzi, alla bella persona che è. Lei dentro di me è viva. E lo resterà per sempre. Se c'è una cosa di cui mi pento è di non averla accompagnata dal parrucchiere qualche giorno prima della sua morte. Ci teneva che io andassi con lei. Ma io feci i capricci. Come vorrei ritornare indietro. - continua -. Il giorno in cui sarà giunta la mia ora, voglio essere sepolto accanto a lei», dice.
Oggi Scalabrino vive a Pannarano con sua sorella Lucia e i suoi quattro nipotini. «I miei nipotini sono la gioia della mia vita. Il più piccolo ha sei mesi. E' il cocco dello zio. Qualche volta ci capita di sfogliare l'album dei ricordi tutti insieme. Pagina dopo pagina, si ricordano di nonna Adele. Nonna dolce e premurosa».
«Ogni volta che guardo il cielo di notte e vedo una stella, quella è mia madre. La mamma è un qualcosa di speciale. Amate sempre vostra madre. Amatela perché avete la fortuna di averla affianco. E poi ci sono io che darei la vita per riaverla almeno cinque minuti. Amatela perché lei è l'unica non vi abbandonerà mai. Amatela perché è la donna che vi ha messo al mondo. Delle volte sento dire "Odio mia madre, non la sopporto". Ma state scherzando? Possederla è il dono più grande che Dio ci ha dato. Spero che, leggendo la mia storia, lo abbiate capito. A una mamma non si dice mai "voglio" ma "posso". Le uniche cose che bisogna pretendere da una madre sono baci e abbracci. Lasciate scivolare ogni litigio, ogni rancore. E ora, appena avete finito di leggere questo articolo, andate da lei. Abbracciatela e ditele "Ti amo mamma". Vi sentirete in paradiso. Fidatevi».
Mariagrazia Mancuso
(studentessa del corso di giornalismo organizzato da Ottopagine nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro)
