di Andrea Fantucchio
“Prima di imbracciare qualsiasi arma prendiamo in considerazione l’idea di curare più attentamente il nostro linguaggio. Perché il nostro modo di esprimerci è il nostro modo di pensare. E tutte le volte che ho visto persone ammalate di cancro andarsene troppo presto, io non ho mai pensato che loro avessero perso una battaglia. Mi è toccato, piuttosto, constatare amaramente che se avessero vissuto altrove quelle persone avrebbero potuto vivere più a lungo. L’ho pensato e lo penso sempre, tutte le volte che quando mi giro a cercare il suo sguardo, mio padre non c’è”. Debora D'Agostino, ventitré anni, di Montefalcione.
In prima linea contro l'inquinamento della Valle del Sabato, trent'anni di vergogne. Smaniosa come tutti di conoscere la verità su quel territorio che giornalmente abita.
Racconta ad Ottopagine una storia. La sua.
“Inquinamento e tumori: è giunto il momento di chiamare le cose col loro nome. Quando succede qualcosa di spiacevole abbiamo bisogno di metabolizzarla, scomporla, “metterla” in altro modo affinché sia più semplice per noi accettarla. Fondamentale è trovare un motivo ulteriore, una ragione valida affinché si possa pensare che forse, dopotutto “doveva andare così … ”
Ma Debora non ci sta. Il primo modo di combattere un male è conoscerlo e non avere paura di nominarlo. Anche in casi estremi.
“Cosa accade – domanda - se quell’evento spiacevole è una morte, quella ragione nient’altro che l’egoismo e la totale dissennatezza umana? Peggio del peggio già subito è apprendere che il male poteva essere evitato. Col dolore si può convivere, il tarlo del rimorso è logorante. Ma veniamo ai fatti”.
“I comuni della valle del Sabato – racconta - sono interessati da un aumento notevole dei casi di tumore. Le ragioni sono diverse, ma a ben guardare tutte facilmente intuibili per chi conosce la storia degli ultimi trent’anni di questo posto".
"Un nucleo industriale situato vicino a diversi centri abitati, le cui emissioni interessano direttamente la salubrità dell’aria che si respira; un sito di trattamento dei rifiuti i cui odori nauseabondi rendono la vita impossibile ai molti cittadini che vivono a pochi chilometri dall’area”.
“A ciò si aggiunga l’inquinamento delle acque – descrive - contenenti percentuali di ammoniaca e manganese superiori alla norma stabilita, e i periodici incendi che hanno interessato diversi stabilimenti industriali della zona, l’ultimo avvenuto la scorsa estate.Verrebbe da chiedersi come è possibile restare sani vivendo in una zona del genere”.
Eppure tanti hanno scelto la via della rassegnazione.
“A volte il male è così grande e improvviso che si preferisce urlare contro il cielo. Dimenticare la lotta razionale, la ricerca delle cause che ci hanno causato dolore, e da quella sofferenza lasciarsi solo invadere. E poi travolgere”.
“Eppure – conferma Debora - il dramma di chi vive uno dei propri cari andarsene dopo una lunga malattia è sempre esasperato dall’incredulità, la prima reazione di fronte a una diagnosi così amara è sempre quella del “perché proprio a me?”.
Nelle sue parole c'è la consapevolezza di chi sa che abitare in questo territorio piuttosto che un altro può significare pericolo di salute per lei e per i suoi cari.
“Sappiamo di essere esposti ad agenti inquinanti, eppure questo non rende più logica o più sopportabile la perdita di un padre, di una sorella, di un figlio, di una compagna. L’amore per la vita è ostinato, non può esaurirsi in lucide spiegazioni".
"Ecco il motivo per cui, quando il male prende il sopravvento si ha come il bisogno di parafrasarlo. La nostra vita diventa un’epopea e sembra non esserci altro modo per raccontarla che ricorrere ad artifici retorici. Si parla per metafore: “Il guerriero ha smesso di combattere”, “Il male del secolo ha avuto la meglio”, “Ha smesso di lottare. Io credo che un male come il cancro non vada parafrasato”.
“La lotta – spiega - è quella che noi tutti possiamo e dobbiamo intraprendere per far sì che morire avvelenati non sia l’unico destino possibile in questa piccola parte d’Italia, ricordata sempre e comunque solo per spiacevoli fatti di cronaca".
"Un male come il cancro va semplicemente palesato, smascherato in tutta la sua irrimediabilità. Ne vanno ricercate le cause, non esaltate le conseguenze sconfortanti. Moriamo perché da anni i nostri territori vengono consapevolmente avvelenati, non perché abbiamo perso una battaglia contro un mostro più grande di noi: l’attenzione va focalizzata su un momento antecedente”.
Il pericolo è invece proprio quello di nascondersi dietro le metafore. Non chiedere aiuto. Non far gruppo come sta accadendo invece ora con i comitati contro l'inquinamento della Valle del Sabato.
Vietato rassegnarsi e lasciarsi morire. Prima dentro.
“La sconfitta è – chiarisce Debora - a mio avviso, a priori tutte le volte che, percorrendo la strada verso il nostro posto di lavoro o verso un luogo di svago, giriamo la testa davanti a quei densi nuvoloni pensando che è normale, che deve andare così, salvo cadere nella disperazione quando quei veleni colpiscono “proprio noi”.
“La sconfitta è nella rassegnazione, nell’atteggiamento distratto che preferiamo adottare di fronte a una situazione così spinosa. Ma l’idea che in gioco vi è la nostra vita non basta da sola a convincerci che qualsiasi tipo di lotta (ora sì che questo termine ha un senso) vada comunque intrapresa e portata fino in fondo? E’ il momento di dire MO’ BASTA!”
“Ma prima di imbracciare qualsiasi arma – ribadisce - prendiamo in considerazione l’idea di curare più attentamente il nostro linguaggio. Il nostro modo di esprimerci è il nostro modo di pensare. E tutte le volte che ho visto persone ammalate di cancro andarsene troppo presto, io non ho mai pensato che loro avessero perso una battaglia”.
“Mi è toccato – rimarca - piuttosto, constatare amaramente che se avessero vissuto altrove quelle persone avrebbero potuto vivere più a lungo. L’ho pensato e lo penso sempre, tutte le volte che quando mi giro a cercare il suo sguardo, mio padre non c’è”.
“Quello che intendo dire – conclude - è che bisogna passare alle azioni concrete se vogliamo ottenere risultati reali, ma le parole… quelle sono troppo importanti perché si possa trascurare il peso che hanno nella vita di tutti noi e il potere che esercitano sul nostro modo di pensare. È il momento di chiamare le cose con il loro nome”.
Sul cancro e il mancato supporto assistenziale Ottopagine ti invita a leggere anche, "Malato di cancro senza accompagnamento".
E sui malati di cancro legati all'inquinamento della Valle del Sabato,"Cancro, siamo in venti malati in una sola strada. Mai più zitti".
Inoltre ci congratuliamo con i comitati per il primo grande risultato raggiunto: ieri sono iniziati i controlli epidemiologici. Il Prefetto ha risposto alla richiesta della gente.
