Clan Partenio: «Così dovevamo ammazzare De Cristofaro»

I pentiti Moscatiello e Masucci, uomini vicini ai Genovese, ascoltati nel processo a Viesto.

Il processo per tentato omicidio a Luigi Viesto si riferisce all'agguato fallito, che ha preceduto l'omicidio di Walter De Cristofaro: freddato davanti al figlio a San Biagio di Serino. Era il 12 luglio del 2000.

Avellino.  

 

di Andrea Fantucchio

«Doveva essere un omicidio “soft”. Bisognava ammazzarlo senza dare nell'occhio» Le parole di Gianluca Moscatiello hanno gelato l'aula nonostante il gran caldo che attanagliava il Palazzo di giustizia di Avellino. Questa mattina, in corte d'Assise, il pentito del clan Genovese ha ripercorso i giorni precedenti all'esecuzione di Walter De Cristofaro, crivellato di colpi di fronte al figlio davanti al bar Tiglio, a San Biagio di Serino, il 12 luglio del 2000. I due sicari, dopo l'omicidio, si erano allontanati a bordo di una Seat Ibiza sulla quale si attendeva il terzo complice.

Per quel delitto sono stati incriminati Raffaele Spiniello e Pasqualino Bianco. Qualche giorno prima De Cristofaro era scampato a un altro agguato, per il quale è chiamato a rispondere Luigi Viesto, accusato di tentato omicidio. Anche Viesto è un ex affiliato del clan Genovese: gruppo criminale che a cavallo fra gli anni '90 e gli inizi del 2000 gestiva numerose attività: spaccio, estorsione, usura, fra Avellino e l'hinterland. Dividendosi il territorio con il clan Cava che aveva la sua base operativa nel Vallo di Lauro. E proprio dagli attriti fra i due gruppi criminali era nata la la volontà di uccidere De Cristofaro. A partire proprio da quel primo agguato che è al centro del processo di questo mattina a carico di Viesto. L'accusa era affidata al pubblico ministero, Francesco Soviero, il collegio giudicante era presieduto dal magistrato Roberto Melone. 

«L'omicidio è scaturito da alcuni dissidi che De Cristofaro, uomo vicino ai Cava, aveva con Antonio Masucci, il nostro capozona di Serino, e con lo stesso Modestino Genovese: i due avevano litigato in carcere. E poi c'erano questioni relative alla gestione del territorio», ha confermato il testimone.

Il luogo scelto per l'esecuzione era la casa di Giulio Acierno, che allora aveva una relazione con la suocera di Moscatiello, e che è stato assolto dall'accusa di concorso in omicidio.

Viesto per il pentito doveva «attirare la vittima in trappola, approfittando dell'incontro per dei chiarimenti dopo un litigio». Nella scorsa udienza il killer del clan, Raffaele Spiniello, aveva aggiunto che la riappacificazione «doveva essere sancita da una sniffata di cocaina».

Ma De Cristofaro non era venuto all'appuntamento. Per l'altro pentito ascoltato in videoconferenza, Antonio Masucci, in realtà la «vittima era solo arrivata con mezz'ora di ritardo. Ma Viesto dopo cinque minuti era già andato via: così il piano è saltato. L'omicidio l'avevamo organizzato io e i Genovese, i due boss del clan Partenio».

In un verbale della polizia giudiziaria, citata dal difensore Rolando Iorio, Moscatiello faceva anche riferimento ad alcune «pizze» che De Cristofaro avrebbe fatto spedire proprio a casa di Acierno. Che sapesse dell'agguato?

A Masucci sembra improbabile, perché «altrimenti non sarebbe stato davanti a un bar a giocare tranquillamente a carte quando è stato ammazzato».

Nei giorni successivi al primo tentativo di omicidio, infatti, c'era stata una caccia all'uomo: ormai i due boss, Amedeo e Modestino Genovese, avevano deciso. All'esecuzione Viesto non ha preso parte. Proprio intorno alla sua figura ruotano ancora diversi dubbi.

Per Moscatiello era «un bravo ragazzo che si occupava solo di spaccio e qualche estorsione per il clan». Dalle parole di Masucci emerge un ruolo estremamente marginale: «Consumava droga e a volte spacciava». Conferma di «aver sbagliato a dirgli le ragioni della trappola a De Cristofaro. Quando gli ho comunicato che dovevamo ammazzarlo ha acconsentito. Ma sembrava nervoso».

Non l'unica contraddizione nelle parole dei capizona: Moscatiello ha confermato di aver fornito le armi per l'agguato a De Cristofaro, Masucci afferma di «non aver mai ricevuto niente da Moscatiello, tanto meno delle pistole».

Deposizioni che, anche a distanza di anni, confermano una costante emersa anche nel maxi-processo che ha portato alla decapitazione del clan Genovese: le tante contraddizioni nei racconti dei pentiti. Incongruenze che hanno lasciato numerosi interrogativi irrisolti: a partire da alcuni delitti e che hanno contribuito ad alimentare «il mito» del clan che ritorna in alcuni episodi di cronaca recenti. A partire dall'omicidio di Michele Tornatore, trovato carbonizzato in un'auto a Contrada due anni fa. Una delle ipotesi dell'antimafia porta ancora al clan Genovese: un debito di gioco non pagato.

Intanto la moglie e i figli di De Cristofaro vogliono che sia fatta chiarezza sulla sua morte. E si sono costituiti parte civile nel processo contro Viesto, dove sono rappresentati dagli avvocati Michele Scibelli, Romeo Barile e Antonio Iannaccone.