Il boss racconta: «Così truccammo le partite dell'Avellino»

Le motivazioni delle condanne di Millesi e Pini. I verbali del boss che organizzò la combine.

L'Avellino si è poi costituito parte civile. Il boss Antonio Accurso, con la complicità di Millesi e Pini, avrebbe modificato i risultati delle partite con Modena e Reggina nel 2014.

Avellino.  

 

di Andrea Fantucchio 

«Io e mio fratello acquistammo due partite dell'Avellino del campionato 2013-2014. Mi riservo di riferire compiutamente su questa vicenda». L'inchiesta su camorra e pallone, che riguarda due partite dell'Avellino nella stagione sportiva 2013-2014, inizia con questa deposizione. A rilasciarla è Antonio Accurso, esponente del clan camorristico Vanella Grassi. Per l'accaduto sono stati condannati con rito abbreviato gli ex calciatori dell'Avellino, Francesco Millesi (senza concorso esterno in associazione mafiosa), e Luca Pini. La squadra biancoverde si è costituita parte civile. Le 188 pagine di motivazioni della sentenza aprono uno spaccato rilevante sulle infiltrazioni della malavita nel mondo del pallone.

Il racconto del boss

Accurso racconta: «A marzo aprile del 2014 si presentarono da me Armando Izzo, che è nostro parente, e un certo Pisacane. Li stimolai per capire se ci fosse la possibilità di combinare qualche partita, anche se era già il girone di ritorno. Entrambi dissero che era molto difficile coinvolgere tutta la squadra dell'Avellino; allora, poiché si trattava di due difensori titolari, chiesi loro se era possibile subire solo un gol, sul quale potere scommettere e mi risposero così: Pisacane si rifiutò dicendo che lui queste cose non le faceva ed era stato premiato per il suo comportamento sportivo. Izzo si mostrò più disponibile, ma non lo fece davanti a Pisacane».

Quell'incontro in trattoria a Casoria

Pisacane, interrogato, non ha confermato quell'incontro. Il calciatore non è stato mai indagato per l'accaduto. Armando Izzo, invece, è stato rinviato a giudizio e ha scelto il processo ordinario. Il pentito Accurso parla di una cena in una trattoria di Casoria. Mentre Siviglia e Benfica si giocano la finale di Europa League, al tavolo ci sono il fratello del boss, Umberto, e altri due giocatori dell'Avellino: Luca Pini e Francesco Millesi.

«Quando iniziai un discorso chiaro, andando al sodo, Millesi mi disse che i compagni che avevano il suo stesso procuratore facevano quello che lui diceva; io dissi che noi avevamo Izzo che era disponibile e Millesi aggiunse che bisognava convincere il portiere», racconta il testimone. Poi si discute di prezzi: «Offro duecentomila euro, in base alla quota, che era alla pari: la sera successiva gli mando, tramite Luca Pini, 150mila euro».

Ma i calciatori avevano difficoltà a convincere il portiere. Allora arriva la controproposta di Accurso: subire un gol dal Modena. «Sul “GOL CASA” della squadra noi della Vanella commettemmo circa 400mila euro vincendone 60mila».

Spunta, però, un imprevisto che rischia di complicare le cose. E' sempre Accurso a spiegarlo agli inquirenti: «Vi fu una complicazione, dovuta al fatto che l'allenatore dell'Avellino, contrariamente a quanto avvenuto nella riunione tecnica, non schierò in difesa Armando Izzo; noi ci allarmammo e mandammo una serie di sms a Millesi tramite Pini. Il primo tempo finì 0-0 ma nell'intervallo Millesi, negli spogliatoi, parlò con il giocatore che era stato schierato al posto di Izzo, Peccarisi, e subito all'inizio del secondo tempo l'Avellino passa in svantaggio. Dalle immagini è evidente la responsabilità di Peccarisi sul gol subito. Tra l'altro, le stesse immagini Sky fanno vedere il colloquio fra Millesi e proprio Peccarisi (Peccarisi non è stato indagato)

Così c'erano da versare i pagamenti. «Consegnammo a Pini 30mila euro da dare a Millesi e ad Izzo».

Poi c'era da organizzare una seconda combine

Una cifra comunque inferiore a quella concordata. Accurso chiarisce: «Ne demmo solo 30mila a causa della riduzione progressiva della quota dovuta al flusso di giocate».

La settimana successiva alla partita col Modena, il pentito parla di una nuova cena. Stesso posto, la trattoria di Casoria, ma manca un invitato. Il fratello di Accurso è infatti latitante per una condanna di omicidio. In compenso seduti al tavolo – questo si legge nella sentenza - ci sono Izzo, Millesi e Pini.

«La partita successiva era fra Avellino e Reggina – racconta Accurso – Millesi si offrì subito, per 50mila euro, di intervenire con quelli della Reggina per garantire la vittoria dell'Avellino. Gli mandammo 50mila euro attraverso Luca Pini e domenica mattina Millesi mandò un sms (sempre a Pini) che disse di giocarci l'1 fisso sulla vittoria dell'Avellino. Scommettemmo circa 400mila euro, la partita finì 3-0 per l'Avellino e guadagnammo 60mila euro, anzi 110mila sulle scommesse da cui andavano dedotti i 50mila già dati a Millesi. La sera stessa io venni arrestato e Luca Pini era in mia compagnia. La divisione degli utili avvenne attraverso una terza persona (non la indicheremo perché non indagata)».

Non manca un riferimento anche ad Avellino-Padova. Racconta Accurso: «La partita Avellino Reggina era appena finita che Millesi mandò a Luca Pini un sms dicendo che c'erano ottime notizie per la partita col Padova, l'ultima di campionato, ma non se ne fece nulla perché io venni arrestato».

Oltre alle dichiarazioni ci sono numerose intercettazioni telefoniche. Per il giudice si tratta di «messaggi in codice»: la «bella ragazza» citata da Pini a un esponente della Vanella Grassi è proprio Millesi. In un'altra circostanza si fa riferimento a «tre polpette». Per il magistrato si tratta dei gol che l'Avellino doveva segnare alla Reggina. La partita è poi finita davvero 3-0 per i biancoverdi.

Le motivazioni della sentenza per Millesi

Il giudice per le udienze preliminari, Marcello De Chiara, motiva così la condanna per frode sportiva a Millesi: «Ai fini della consumazione, è sufficiente la semplice offerta o promessa di un vantaggio, fatta al partecipante di una competizione sportiva. Non è richiesto, invece, che l'offerta sia accettata o la promessa accolta, né tantomeno che il risultato della gara risulti effettivamente alterato, ma solo che l'offerta sia portata a conoscenza di uno dei partecipanti alla manifestazione, non ricorrendo, in caso contrario, una condotta idonea offendere il bene giuridico di riferimento».

Di fatto, aggiunge il giudice in un altro passaggio, «la configurabilità della frode sportiva deve considerarsi perfettamente integrata già nel momento in cui Millesi aderiva alla promessa di Accurso».

Per l'ex capitano biancoverde è invece escluso in concorso esterno in associazione mafiosa. Per il giudice non è dimostrabile, infatti, che l'imputato sapesse di agevolare un clan camorristico.

In proposito nella sentenza si legge: «Per Millesi si tratta di un soggetto non avente alcun collegamento con la realtà napoletana, siciliano, residente ad Avellino presso un residence, non trasferitosi in Campania con la propria famiglia, nel frattempo rimasta in Sicilia».