Il boss irpino voleva hackerare la banca e rubare 50 milioni

Nella sentenza a carico di Mimì Pagnozzi viene citato il tentato colpo in una banca di Londra.

Compare nelle motivazioni della sentenza rispetto ai ricorsi presentati, in Cassazione, da Pagnozzi, la moglie e altre tre persone.

Avellino.  

 

di Andrea Fantucchio 

Il boss della camorra, Domenico «Mimì» Pagnozzi, voleva rubare 50 milioni di euro da una banca londinese. Il piano era introdursi nel sistema informatico della filiale di credito grazie a hacker professionisti esperti di finanza internazionale. Violare il sistema, infatti, era solo una parte del progetto. Poi bisognava prendere i soldi e trasferirli in un conto in Libano. La vicenda viene citata nella motivazioni della sentenza sui ricorsi presentati in Cassazione proprio dal boss, Domenico Pagnozzi, dalla moglie, Annamaria Rame, da Ferdinando Silenti, da Umberto Fiore e da Salvatore Cavaiuolo. Ricorsi tutti respinti, eccetto quello della moglie del boss. La Rame, condannata in secondo grado a dieci anni, tornerà in aula davanti ai giudici della Corte di appello.

Il tentato furto citato nella sentenza, per le sue modalità, apre uno spaccato interessante sulle organizzazioni criminali più strutturate. Gruppi che si rivolgono sempre più spesso a figure specializzate in settori come l'informatica e l'alta finanza. Una scelta emblematica sul «cambio di prospettive» dei clan, interessati ad attività più redditizie e meno pericolose rispetto a quelle tradizionali. Per un furto, infatti, nonostante le aggravanti le pene sono inferiori rispetto a quelle previste per reati come, ad esempio, la rapina a mano armata.

Come doveva funzionare il piano:

Dalla sentenza scopriamo che era stata creata una società immobiliare con intestato un conto corrente libanese. E’ lì che dovevano essere trasferiti i cinquanta milioni. Dopo aver simulato un grande investimento per introdurre documentazione contraffatta in Libano, senza dare nell'occhio. E' allora, scrivono i giudici, che il gruppo criminale si attiva con la banca londinese. L'obiettivo è ottenere telematicamente i modelli Mt 799 e MT 103 (utilizzati per indicare le garanzie bancarie).

Il piano si sviluppa grazie ad alcuni contatti con Roma e il Libano. A Beirut c'è un intermediario del posto che deve recarsi in banca, ma qualcosa va storto. Le carte, infatti, non superano i controlli della filiale locale. Un funzionario scopre l'imbroglio: i documenti sono stati contraffatti. E così il mediatore viene arrestato e il piano va in fumo.

Che ruolo ricopriva Pagnozzi:

Nelle sentenza viene descritto il ruolo organizzativo svolto dal boss, Domenico Pagnozzi. Per i giudici è lui che «ha avuto l'idea di ingaggiare esperti nel settore informatico e nelle operazioni finanziarie internazionale». Inoltre, dopo il suo arresto, «il programma criminoso è stato portato avanti dai fedeli adepti».