Strage bus A16, assolto l'ad Castellucci. 12 anni a Lametta

La morte dei 40 pellegrini di ritorno da Pietrelcina: ecco tutte le condanne

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Avellino.  

In collaborazione con l'emittente televisiva 696 Ottochannel, la lettura del dispositivo di sentenza da parte del giudice monocratico di Avellino per la strage del viadotto di Acqualonga: 40 pellegrini morti dopo essere precipitati da un viadotto dell'A16.

Il giudice ha emesso la sentenza a carico di Gennaro Lametta, il principale imputato, Antonietta Ceriola, Vittorio Saulino e i dirigenti e funzionari di Autostrade per l'Italia, a partire dall'amministratore delegato Giovanni Castellucci, e altri 11 tra direttori di tronco, responsabili della manutenzione, della programmazione finanziaria e della progettazione. La richiesta più grave è per il proprietario dell'agenzia che noleggiò il bus partito da Pietrelcina, in provincia di Benevento, e di ritorno a Pozzuoli, dopo una gita di tre giorni. Gennaro Lametta è accusato di omicidio colposo plurimo, disastro colposo, falso in atto pubblico e per lui il pm Rosario Cantelmo ha chiesto 12 anni di reclusione. Per i funzionari della Motorizzazione Civile di Napoli Antonietta Ceriola e Vittorio Saulino le richiesta sono di 9 e 6 anni e mezzo. Una condanna a 10 anni di carcere, senza alcuna distinzione di responsabilità anche per tutti i funzionari e dirigenti di Autostrade per l'Italia, dall'Ad Giovanni Castellucci, al geometra responsabile della manutenzione Antonio Sorrentino, passando per i direttori di tronco Michele Renzi, Nicola Spadavecchia, Paolo Berti, ai manager Riccardo Mollo, Giulio Massimo Fornaci, Marco Perna, Gianluca De Franceschi, Gianni Marrone, Bruno Gerardi e Michele Maietta.

Ecco nel dettaglio il dispositivo della sentenza: 

Gennaro Lametta, titolare Mondotravel, pm 12 anni. Condanna a 12 anni di reclusione (9+3)

Antonietta Ceriola, Funzionaria Motorizzazione, pm 9 anni. Condanna 8 anni di reclusione (4+4)

Gianni Marrone, dirigente Autostrade,  pm 10 anni. Condanna a 6 anni e mesi 6 di reclusione.

Gianluca De Franceschi, dirigente Autostrade, pm 10 anni. Condanna a 6 anni di reclusione.

Paolo Berti, dirigente Autostrade, pm 10 anni. Condanna a 6 anni e mesi 6 di reclusione.

Nicola Spadavecchia, dirigente Autostrade, pm 10 anni. Condanna a 6 anni di reclusione

Bruno Gerardi, dirigente Autostrade, pm 10 anni. Condanna a 5 anni di reclusione

Michele Renzi, direttore tronco Autostrade, pm 10 anni. Condanna a 5 anni di reclusione.

Giovanni Castellucci, amministratore delegato Autostrade, pm 10 anni. Assolto per non aver commesso il fatto.

Saulino Vittorio, funzionario Motorizzazione pm 6,5 anni. Assolto

Riccardo Mollo, dirigente autostrade, pm 10. Assolto

Giulio Massimo Fornaci, dirigente autostrade, pm 10 anni. Assolto

Antonio Sorrentino, dirigente Autostrade, pm 10 anni. Assolto

Michele Maietta, dirigente Autostrade, pm 10 anni. Assolto

Marco Perna, dirigente Autostrade, pm 10 anni. Assolto

L'incidente di quella maledetta sera.

I video dei telefonini raccolti raccontano di un viaggio di ritorno allegro, con i passeggeri che scherzano, parlano, qualcuno canta anche. Tutto accade fino alle 19,30 di domenica 28 luglio 2013. Un bus Volvo bianco percorre l'autostrada A16 Napoli – Canosa, imboccata al casello di Benevento, per dirigersi verso Napoli e quindi a Pozzuoli, dove la maggior parte dei viaggiatori risiede. Ma il pullman guidato da Ciro Lametta, partito da Pozzuoli 3 giorni prima per andare a Telese Terme e puntare poi a Pietrelcina, a Pozzuoli non arriverà mai. Superata l'uscita Avellino Est cominciano strani rumori che i passeggeri avvertono sotto il pianale del bus.

Pochi ci fanno caso, fino a quando il rumore diventa più forte non appena il bus supera l'uscita di Avellino Ovest e comincia la lunga salita in territorio di Monteforte Irpino. C'è un tunnel e lì i rumori si avvertono distintamente. Nel bus cala il silenzio e i passeggeri cominciano a mugugnare e a chiedere all'autista di fermarsi e di controllare cosa stia accadendo. Ciro Lametta tira dritto, convinto di poter arrivare a Pozzuoli senza grandi difficoltà. Ma dopo il tunnel comincia una lunga discesa, ed è in quel momento che un giunto dell'albero di trasmissione si rompe e trancia l'impianto frenante. Neppure il freno motore riesce a far rallentare la marcia e Ciro Lametta capisce che non ha più il controllo del mezzo, mentre nel pullman si scatena il panico.

Chi prega, chi si stringe alla moglie o al marito. Una nonna abbraccia la nipote di 9 anni e cerca di proteggerla con il suo corpo, perché quel Volvo Bianco comincia a essere una scheggia impazzita. Lametta cerca di spostarsi sulla corsia di emergenza, ma non controlla più nulla. Una traiettoria assurda che porta il mezzo a scontrarsi con varie auto che sono sul quel tratto e procedono a rilento per le code del rientro estivo di una domenica da bollino rosso e per via un cantiere che si trova più avanti. Procede ormai a oltre 100 chilometri orari quando urta per la prima volta la barriera del viadotto Acqualonga.

Respinto, il bus tampona, sperona altre auto e ritorna sulla barriera, che per la seconda volta respinge il mezzo pesante, che continua a urtare altre auto. Ne colpirà dieci prima di arrivare quasi parallelo ai new jersey esterni del viadotto. L'ultimo impatto provoca il distacco della barriera, che quasi integra si stacca dal cordolo del ponte e precipita. Il bus resta sospeso per una manciata di secondi sul cordolo e poi precipita con l'avantreno che si incastra nel terreno della scarpata Acqualonga.

Sono i secondi più lunghi della vita di 9 persone. Saranno gli unici sopravvissuti della comitiva di 49 persone che era a bordo del pullman. Sono le 20 del 28 luglio 2018. Non è ancora buio e l'autostrada diventa un unico serpentone di auto che si fermano prima di un ponte che non ha più una barriera ed è invaso da auto incidentate e persone ferite che chiedono aiuto. Giù nella scarpata c'è un'abitazione e un crossodromo vicini. Gli abitanti vedono tutto e chiamano subito i soccorsi.

Telefonate al 118 e ai vigili del fuco che si incrociano con quelle di chi si trova sopra il viadotto e vede auto distrutte, persone sbalzate dalle vetture e feriti che si lamentano. I primi soccorsi accorrono sul viadotto, ma poi un vigile del fuoco si sporge dal ponte senza barriere, nota un new jersey che penzola pericolosamente su quel pullman bianco che si intravede nel buio che è calato. Si sentono dei lamenti per qualche minuto. Ci sono persone vive, assieme ai brandelli di chi non ce l'ha fatta. Il vigile del fuoco si cala con un'imbracatura e si accorge che la tragedia è sotto i suoi piedi. Da quel momento squadre di soccorritori raggiungono la scarpata di Acqualonga, a Monteforte Irpino da tutta la Campania e anche dal Lazio e dalla Puglia. Vengono trasportati negli ospedali di Avellino, Solofra, Napoli e Nola i feriti che si trovano sul viadotto e i superstiti del pullman. Ci sono anche bambini, tutti salvi, perché si trovavano nei sedili posteriori, in fondo al bus, ma sono feriti. Poi comincia la conta dei morti. Vengono estratti dalle lamiere conficcate nel terreno, si usa anche un escavatore. Le salme vengono ricomposte e allineate sulla strada. E' notte fonda e servono 40 bare.

Le imprese funebri arrivano da tutta la Campania e la palestra di una scuola di Monteforte Irpino viene utilizzata come obitorio per consentire ai tre medici legali di effettuare gli esami esterni e stabilire le cause della morte. E' il più grave incidente stradale della storia italiana. e nel piazzale della scuola, sotto un sole cocente si radunano i familiari delle vittime. Arrivano da Pozzuoli e raggiungere Monteforte Irpino non è stato semplice. L'autostrada chiusa e le strade statali bloccate per ore, prima che il traffico del rientro dalle ferie di luglio si esaurisse. Aspettano di conoscere la sorte dei loro cari. Per ore sanno solo che i loro congiunti si trovavano su quel pullman, e partecipano alla terribile “lotteria”: a turno vengono chiamati a riconoscere quei resti ricomposti.

Tutti escono distrutti da quella palestra, ma qualcuno ritrova la speranza per non aver visto il padre, la madre, la sorella o il fratello tra quelle vittime riconosciute da un bracciale, da un anello, da un abito. Per due giorni i bambini sopravvissuti si trovano da soli nell'ospedale “Santobono” di Napoli. Genitori o familiari non sono stati avvisati e qualcuno non sa di essere stato strappato per sempre alla famiglia. I funerali solenni si svolgono il 31 luglio nel palazzetto dello sport di Pozzuoli. Un dolore composto di tutta una comunità con le più alte cariche dello Stato a rendere omaggio alle vittime e ad assicurare verità e giustizia ai familiari.

La difficile e complessa inchiesta della Procura.

I funerali celebrati il giorno prima, e il 31 luglio 2013 la procura della Repubblica di Avellino emette i primi avvisi di garanzia. Sono quattro le persone accusate di omicidio colposo plurimo e disastro colposo per la morte di 40 persone che si trovavano nel bus turistico noleggiato per una gita a Telese Terme e poi a Pietrelcina, in provincia di Benevento, e di ritorno il 28 luglio 2013 a Pozzuoli. Il bus non rientrò mai perché precipitò da un'altezza di 25 metri dal viadotto Acqualonga dell'A16 Napoli-Canosa, dopo aver urtato una decina di veicoli e abbattuto la barriera di protezione.

I primi chiamati a rispondere di quell'incidente sono il proprietario dell'agenzia “MondoTravel” che noleggio il bus Volvo bianco, Gennaro Lametta, fratello dell'autista Ciro, deceduto nell'incidente, ma indagato comunque. Ne rispondono anche l'allora direttore del Tronco autostradale Michele Renzi e il geometra responsabile della manutenzione Antonio Sorrentino. Devono nominare un legale ed eventualmente un perito che assista all'autopsia sul corpo dell'autista Ciro Lametta.

E' il primo atto dell'indagine condotta dal procuratore Rosario Cantelmo, che si fa assistere dai sostituti Cecilia Annecchini e Adriano Del Bene. E tre giorni dopo l'incidente viene sequestrato anche il tratto del viadotto Acqualonga in direzione Napoli dove si è verificato l'incidente. Qualche giorno dopo sarà sequestrata anche la scarpata, che è di proprietà privata. Nel noccioleto ci sono ancora i new jersey precipitati e in gran parte intatti. Alcuni sono ancora ancorati tra loro. Il bus è stato invece rimosso il giorno dopo l'incidente e affidato a un deposito giudiziario, assieme a tutti e dieci i veicoli urtati dal pullman prima di precipitare.

La procura non sceglie la via dell'incidente probatorio, che avrebbe “cristallizzato” una prova, e affida una perizia a tre consulenti tecnici, gli ingegneri e docenti universitari Lorenzo Caramma, Andrea Demozzi e Alessandro Lima. A loro si aggiungerà nei mesi successivi il professor Vittorio Giavotto, che firmò la perizia sulla strage di Ustica. Il 27 agosto 2013, un mese dopo l'incidente cominciano i rilievi dei periti. Partecipano anche i periti di parte civile e di Autostrade per l'Italia spa, oltre che di Gennaro Lametta. Si analizzano le auto, si vuole ricostruire la traiettoria del bus e dagli urti si potrà dedurre anche la velocità del bus.

I sopralluoghi sul viadotto cominciano il 5 settembre 2013. Il giorno precedente la procura di Avellino ha disposto il sequestro dell'intero tratto sospeso. Sono una ventina i periti che partecipano ai sopralluoghi che si susseguono per giorni. Si calano anche al di sotto del cordolo per verificare lo stato del ponte, delle barriere, degli ancoraggi. Cominciano a delinearsi alcuni aspetti che saranno poi il cardine di tutta l'inchiesta. E scattano altri 3 avvisi di garanzia, che raggiungono gli ex direttori di tronco Nicola Spadavecchia e Paolo Berti, e il coordinatore del centro servizi di Cassino Michele Maietta. Per cercare riscontro ai sospetti che si profilano, i pm decidono di raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti. Il 21 ottobre ascoltano per la prima volta dalla viva voce di chi era sul pullman il 28 luglio 2013 cosa è accaduto realmente. Tutti portano ancora i segni dell'incidente.

Alcuni usciranno dalla riabilitazione mesi e mesi dopo. Una bambina, che oggi ha 8 anni, è ancora in terapia ed è tetraplegica. Il 18 gennaio 2014 si concludono tutte la fasi della perizia e filtrano le prime indiscrezioni sull'esito della perizia: l'impianto frenante del bus era completamente fuori uso, il pullman era gravemente deteriorato. “Un ammasso di lamiere”, lo definirà poi il pm Cecilia Annecchini nella requisitoria. Ma anche la barriera era danneggiata. In particolare i periti rilevano che i “tirafondi”, dei perni metallici che dovevano ancorare il new jersey al suolo, erano in alcuni punti gravemente corrosi dal sale che viene cosparso sull'asfalto in un tratto autostradale soggetto a gelate e nevicate continue d'inverno. Il viadotto è ancora sotto sequestro e viene riaperto soltanto il 16 aprile 2014, dopo essere stato riqualificato anche con un miglior sistema di ancoraggio e di ispezione dei tirafondi.

Il 10 giugno viene consegnata la corposa perizia della procura di Avellino. 650 pagine di relazioni tecniche e altre 1500 di allegati che comprendono anche la copia della convenzione tra Aspi e il ministero dei Trasporti per la concessione autostradale. C'è anche un filmato che ricostruisce la traiettoria, la sequenza di impatti, la velocità e tutti i dati tecnici dell'incidente. Si allunga anche l'elenco degli indagati. La procura emette altri tre avvisi di garanzia per un filone parallelo, che non viene però stralciato dall'indagine principale. Gennaro Lametta riceve il secondo avviso di garanzia. Questa volta è accusato assieme ai funzionari della Motorizzazione Cvile di Napoli Vittorio Saulino e Antonietta Ceriola, di aver falsificato la revisione del bus precipitato. Quell'autobus avrebbe dovuto subire lavori per 18mila euro per poter stare su strada.

E invece aveva pneumatici diversi, carrozzeria deteriorata, problemi alla trasmissione e ad altre parti meccaniche che una revisione corretta avrebbe evidenziata. Nei giorni successivi Lametta si dà un gran da fare per cercare di rimescolare le carte e coprire le magagne. Le intercettazioni telefoniche convincono la procura a chiedere l'arresto dei tre. Il gip il 2 luglio 2014 firma le ordinanze di custodia cautelare per Lametta, Saulino e Ceriola. Vanno agli arresti domiciliari e ci rimarranno a lungo. Un anno dopo, il 16 luglio 2015 comincia l'udienza preliminare e la lista degli imputati arriva a 15. Tra gli indagati c'è anche l'amministratore delegato di Aspi Giovanni Castellucci, e i direttori di tronco di Autostrade per l'Italia, che si sono avvicendati, Nicola Spadavecchia, Paolo Berti e Michele Renzi, e i responsabili dell'Area Esercizio di Aspi Gianluca De Franceschi, Gianni Marrone e Bruno Gerardi. Questi ultimi avevano responsabilità nella gestione finanziaria. Michele Maietta e Antonio Sorrentino, da responsabili del posto di manutenzione del tratto autostradale, non avrebbero segnalato le carenze e le lacune nella sicurezza del percorso.

A Castellucci e all'allora direttore dei servizi tecnici, poi direttore generale, Riccardo Mollo e al condirettore generale "Operation e Maintenance Giulio Massimo Fornaci, al responsabile dell'articolazione "Pavimentazioni e Barriere di sicurezza" Marco Perna. viene contestato di aver omesso di provvedere alla riqualificazione dell'intero viadotto. Allo stesso tempo viene chiesta l'archiviazione per Ciro Lametta. Il Pm Rosario Cantelmo sostiene in udienza preliminare che l'autista ha cercato in ogni modo di evitare la disgrazia e che non sono emerse nelle indagini preliminari condotte colpose o dolose a suo carico. Non si procederà a suo carico ma non perché la morte è causa di estinzione del reato. Cantelmo cambierà idea nel processo, affermando che Ciro Lametta avrebbe potuto ascoltare le richieste dei passeggeri e fermarsi per tempo, invece di proseguire ostinatamente. L'udienza però viene sospesa e rinviata al 26 settembre successivo. Aspi ha avviato le trattative per risarcire i familiari delle vittime e i sopravvissuti. Tutti accettano le proposte risarcitorie e rinunciano a costituirsi parte civile. Ad eccezione della moglie di Ciro Lametta, unica parte civile ancora presente nel processo. Ritiene che suo marito sia anche vittima delle inadempienze di Aspi, oltre che di quelle del cognato Gennaro. L'ordinanza di rinvio a giudizio viene emessa dal Gup Gianfranco Fiore il 9 maggio. Prima udienza il 28 settembre 2016.