Auriemma svela tutti i veleni dell'Isochimica

Va deserto il bus della Provincia. Gli operai ammettono: siamo troppo soli divisi

Avellino.  

 

di Claudio Mazzone

Nell’aula bunker di Poggioreale rimbomba la voce del geologo Giovanni Auriemma, il CTU incaricato dal pubblico ministero di stilare una consulenza tecnica sull’impatto ambientale sia dell’attività dell’Isochimica sia della mancata bonifica. Il geologo, oltre a sottolineare il pericolo che ancora rappresentano i circa 490 cubi di cemento ripieni di amianto tutti in pericoloso stato di deterioramento, punta l’attenzione sull’abbandono in cui versa il sistema di aspirazione e decantazione delle polveri dei luoghi di lavoro, con un silos pieno di polvere di amianto che è stato lasciato per 30 anni alle intemperie e sul quale ancora nessuno ha fato alcun trattamento.

La sala appare enorme. Sul fondo le gabbie che ospitarono Raffaele Cutolo, sono vuote come i posti per il pubblico. Il pullman, messo a disposizione dalla Provincia di Avellino per permettere agli operai dell’Isochimica di assistere all’udienza, non è neanche partito dal capoluogo irpino, qualcuno sostiene per neve, ma la realtà ci dice che non c’era nessuno alla partenza. Lo avevano detto molti che non sarebbero più venuti a Napoli perché questa scelta era inaccettabile.

Gli operai e le vedove presenti si contano sulle dita di una mano ma hanno lo sguardo attento e la resistenza di chi non molla e infatti anticipano sottovoce, parlottando tra di loro, le risposte del CTU alle domande del Pubblico Ministero. D’altronde loro quel luogo, quell’opificio lo conoscono a memoria, hanno disegnata nei ricordi la pianta dell’opificio, conoscono ogni palmo e ogni angolo dell’area soggetta a sequestro, quei cubi di cemento ripieni di amianto trattato sono stati i loro compagni negli anni di lavoro. Davanti alle foto mostrate sugli schermi si scambiano qualche sguardo di assenso con la complicità di chi ha condiviso il lavoro.

Sono in pochi è vero ma hanno la fierezza di chi vuole ascoltare, di chi pretende giustizia, di chi è convinto che mantenere alta l’attenzione sia un compito fondamentale per non far morire questa battaglia di civiltà e di giustizia.

Dobbiamo stare qua, anche uno solo può bastare, non dobbiamo permettere alle persone di dimenticare”.

Sul fatto che non sia partito il pullman dicono sottovoce che “È vero siamo divisi. Come operai lo eravamo in fabbrica e lo siamo ancor di più fuori. Oggi chi non ha avuto accesso al trattamento pensionistico è ancora più arrabbiato e rischia di vedere il nemico nei compagni che invece lo hanno avuto. Ma queste divisioni non devono prevalere, siamo davanti ad un momento fondamentale per la nostra storia e il fronte deve essere unico e compatto. L’attenzione va tenuta alta soprattutto sul territorio. Sono i cittadini di Pianodardine che devono sollevarsi, che devono reagire. Noi abbiamo controlli medici periodici, sappiamo come moriremo e sappiamo anche il perché. Sono loro, chi abita in quel quartiere, chi vive a pochi metri da quei maledetti cubi e da quel silos che ancora resta in uno stato indecente, a rischiare la loro salute. Sono loro che devono venire al nostro fianco. Qualcuno preferisce il silenzio, parlarne, fare chiarezza e ristabilire una verità che tutti conoscono spaventa più della malattia. Va fatto un lavoro casa per casa, per parlare e informare la popolazione”.

 

Quella dell’Isochimica è una tipica storia italiana. Una storia fatta di colpe, di silenzi, di incapacità, di tempi morti, di divisioni, contrapposizioni, di istituzioni che non fanno il proprio dovere, di imprenditori che lucrano sulla saluta dei cittadini e dei lavoratori.

È una tipica storia del Mezzogiorno degli anni ‘80, di una terra affamata di lavoro a tal punto da accettare qualsiasi compromesso. 

È la tipica storia della giustizia italiana, nella quale ci sono le vittime ci sono le prove e c’è una verità storica che ci indica anche i colpevoli, ma i carnefici per troppi anni sono rimasti nell’ombra ben riparati, impuniti e lontano dal clamore e raggiungerli oggi diventa sempre più difficile.

È una tipica storia di lavoro italiana, quello che non nobilita l’uomo ma lo uccide, lo consuma, e mette a repentaglio la tenuta ambientale di un territorio e della sua comunità.

 

Quella dell’Isochimica è una tipica storia italiana nella quale tutti conoscono la verità, molti provano ad ignorarla, i più deboli ne pagano le conseguenze e nessuno ha intenzione di puntarci i riflettori.