Pesa troppo sulle spalle dei giudici il dl con il quale nel maggio scorso il governo ha cercato di rimediare alle scarcerazioni dei boss per ragioni di salute legate all'epidemia da Covid, prevedendo l'obbligo di rivalutarle entro 15 giorni, e poi periodicamente ogni mese. La "serrata tempistica" prevista e "la complessita' degli accertamenti da svolgere" comportano un "notevole aggravio" del lavoro dei magistrati di sorveglianza, le cui attivita' hanno gia' subito un sostanzioso incremento con l'avvio dell'emergenza sanitaria. Ma il problema non riguarda solo i giudici: il procedimento previsto non garantisce appieno il diritto di difesa. Sono i rilievi principali che la Sesta Commissione del Csm formula in un parere (relatore il presidente della Commissione, il togato Giuseppe Marra) destinato al ministro del Giustizia, che quel provvedimento ha fortemente voluto dopo le polemiche legate all'uscita dal carcere anche di boss sottoposti al regime del 41 bis.
Secondo i dati resi noti il 20 maggio scorso dal ministero di via Arenula in tutto sono stati 256 i condannati o gli imputati per gravi reati scarcerati per ragioni di salute legati al rischio Covid. Alcuni sono tornati in cella in forza di quel decreto (come Franco Cataldo, uno dei "carcerieri" del piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell'acido), altri restano ai domiciliari, come Pasquale Zagaria, fratello del capoclan Michele, ricoverato nei giorni scorsi in un ospedale della Lombardia a seguito di un aggravamento delle sue condizioni. Intanto sale a tre il numero degli uffici giudiziari che hanno fatto ricorso alla Consulta. Tra loro c'e' il giudice di Zagaria, il presidente del tribunale di sorveglianza di Sassari Riccardo De Vito, che ha sollevato dubbi sulle norme che limiterebbero l'autonomia e l'indipendenza dei giudici.
Altri rilievi sono stati posti dal magistrato di sorveglianza di Spoleto Fabio Gianfilippi che ha fatto da apripista, e da ultimo dal tribunale di sorveglianza di Avellino. Ma delle perplessita' costituzionali dei giudici di merito solo una trova spazio nel parere che il plenum del Csm discutera' la prossima settimana e che e' stato approvato con il voto di tutti i componenti e l' astensione del laico del M5S Fulvio Gigliotti. Riguarda il procedimento per la rivalutazione dei domiciliari: il giudice decide da solo, senza contraddittorio e questo lederebbe i diritti della difesa, come sostiene il magistrato di Spoleto. I consiglieri suggeriscono il rimedio: "un'udienza camerale partecipata appare il rito piu' adeguato alla tutela del diritto di difesa, tenuto conto della necessita' di garantire spazi di interlocuzione agli interessati sull'avverarsi delle condizioni che possono determinare il ripristino della detenzione in carcere". L'altra preoccupazione del Csm riguarda le difficolta' per il lavoro dei magistrati. La decisione sull'eventuale revoca della detenzione domiciliare va fondata su "una pluralita' di elementi", spiegano i consiglieri, compresa "l'evoluzione che, nel frattempo, potrebbero aver subito le condizioni di salute del condannato. Condizioni che dopo che il detenuto e' stato dimesso dal carcere, sfuggono al monitoraggio dell'Amministrazione Penitenziaria e della magistratura di sorveglianza", che dunque corre il rischio di decidere senza un quadro clinico aggiornato.
