"Per l’Irpinia che prega. Per mia nonna Luisa che camminava scalza da San Sossio Baronia a Trevico e che sapeva che alcuni debiti si pagano solo con la fede. Per tutte le donne dell'Irpinia che hanno dato via l'unico oro che avevano nella certezza che il loro sacrificio avesse un peso eterno".
La preziosa testimonianza della giovane poetessa irpina Stefania Andreottola Coppola
"L’Irpinia è una terra che per essere raccontata, nelle sue tradizioni e nella sua lunga storia, ha bisogno di essere vissuta. Ha bisogno di sangue, di sudore e lacrime. Le stesse lacrime che oggi intere comunità stanno versando perché qualcuno ha rubato non solo oro, ma memoria, preghiera, fede. La fede di una comunità forse povera, ma di quel tipo di povertà che sa brillare: la povertà di chi si stacca gli orecchini, di chi si sfila l'anello dal dito, di chi si taglia le trecce e le dona alla Madonna. Una donazione che più che il peso materiale dell’oro porta in sé la grandezza del sacrificio, perché la fede, quando è sincera, è l'unica ricchezza che nessuno può sottrarre. O almeno così si pensava.
Mia nonna Luisa, classe 1941, saliva a piedi ogni settembre alla Madonna di Trevico.
Lei conosceva quel sacrificio d’amore. Lo portava nelle gambe, risalendo a piedi le stradine verso Trevico, in una processione che non era rito, ma un patto di sangue con l’invisibile.
Partiva all'alba da San Sossio Baronia e percorreva sei chilometri in salita. Arrivava a Trevico con il sole che picchiava già feroce su quel cucuzzolo dove il vento non smette mai di soffiare, nemmeno d’estate. Entrava in Chiesa e si inginocchiava in preghiera fino a piangere. Piangeva senza pudore, come piangono solo le donne che non hanno più niente da perdere. Poi apriva la borsa e tirava fuori l'offerta.
Questa è la testimonianza storica del fatto che l'oro votivo non è solo oro. È memoria fatta materia. È la prova che i nostri nonni hanno sofferto e sperato e creduto in qualcosa di più grande della loro miseria. È la testimonianza che anche chi non aveva niente poteva offrire qualcosa di prezioso".
Poi, il sacrilegio.
"Quello che è accaduto nel corso degli anni nelle chiese delle comunità irpine e che è culminato nel furto barbaro della Chiesa di Santa Maria Assunta di Trevico pochi giorni fa, non è solo il furto di svariati chili d’oro, è lo stupro della memoria.
La banda di sei uomini con il cuore di ferro crede di essersi arricchita, ma ha soprattutto fatto un danno culturale e storico a tanta gente onesta, fedele e pura, sventrando il ricordo di un’intera comunità".
Nell'arco di un anno e mezzo sono stati portati via i tesori di Bonito, Savignano Irpino, Ariano Irpino, Carife, Castel Baronia, custoditi nella curia vescovile e di recente Trevico dove nell'ufficio parrocchiale è stata sottratta anche l'antica e preziosa corona della Madonna della Libera. Tesori che rappresentavano l'unica testimonianza di chi non ha mai avuto una storia scritta.
I malviventi hanno saputo esattamente dove colpire, guidati forse da una "talpa" che ha scambiato la sacralità per profitto. Gli anziani, custodi di una civiltà che si sta spegnendo, piangono ciò che non può essere restituito. Piangono la consapevolezza di essere stati derubati della loro stessa memoria".
La gente non dona ciò che ha: dona ciò che è. Non porta solo l’oro, porta il sudore del proprio lavoro, il pane non comprato, i giorni piegati su campi.
"Molte donne donavano le proprie stesse trecce di capelli, come a donare un pezzo di sé stesse in onore di qualcosa di più importante.
In altre parole, l’oro votivo irpino è la mappa del dolore e della gratitudine di intere comunità.
Chi ruba l'oro votivo non capisce che quello non è solo metallo: è il dolore di una madre che ha sepolto un figlio; è la speranza di un uomo che ha visto i campi bruciare; è la fede di una donna che si è tagliata i capelli pregando per un miracolo. Se oggi intere comunità piangono non è per l'oro ma per quello che significava".
I ladri hanno rubato più dell'oro. Hanno rubato la possibilità che le persone possano ancora credere che il sacrificio abbia un significato.
"Hanno rubato la speranza che nei paesi poveri dell'entroterra, dove non arriva più nessuno e da dove se ne vanno tutti, ci sia ancora qualcosa di sacro, qualcosa che non può essere comprato o venduto o fuso.
Quello che non sanno è però che la fede non sta nell'oro. Sta nelle mani che lo hanno dato via, nei piedi doloranti che hanno camminato chilometri in salita, nelle trecce tagliate. Sta nel sacrificio che può essere capito solo da chi è talmente ricco di fede da dare via anche quel poco che possiede.
Mia nonna Luisa è morta nel 2020, ma se fosse viva direbbe: "La Madonna sa e questo basta".
Avrebbe ragione. L'oro possono rubarlo, la memoria possono provare a cancellarla. Ma la fede, disperata, ostinata e bellissima, quella non la possono toccare.
E forse, alla fine, questo è l'unico miracolo che conta: che anche quando ti rubano tutto, persino la memoria fatta oro, la storia continua perché noi la raccontiamo!"
