di Paola Iandolo
“Facciamo la storia”, questo è uno dei passaggi delle intercettazioni captate dai carabinieri di Roma che hanno consentito agli inquirenti di risalire ai componenti del commando - tre irpini e un napoletano - che hanno piazzato la bomba contro l'abitazione di Sigfrido Ranucci. A rendere più chiara la missione affidata al nucleo familiare campano, un'altra intercettazione confluita nelle pagine dell'ordinanza eseguita stamane tra Avella, Sperone e Cicciano: “Dobbiamo buttare giù i palazzi”. A pronciarla l'indagato Antonio Passariello, 53enne di Cicciano - papà di Pellegrino D'Avino finito in carcere con le stesse accuse Passariello si vanta apertamente dell’attentato. Il 24 marzo 2026, parlando con il pregiudicato, lo invita a cercare online la notizia dell’esplosione davanti alla casa del giornalista. Ma non solo prova a smentire anche la ricostruzione giornalista. “Due, tre machine saltarono… dissero che dentro vi era anche la figlia… ma quando mai… stavamo da due ore li…”. Le intercettazioni diventano così il filo che collega la dinamica del 16 ottobre 2025 allo “spessore criminale” del gruppo e ai rapporti con chi, dall’esterno, avrebbe commissionato l’azione intimidatoria in danno del giornalista Rai.
I vari ruoli ricoperti dai quattro arrestati e all'indagato a piede libero
L’ordinanza ricostruisce nel dettaglio l'organizzazione dell’attentato e i ruoli attribuiti ai cinque indagati arrestati dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma: Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone (in carcere) e Marika De Filippis (ai domiciliari con braccialetto elettronico) e per l'indagato a piede libero L.A. Ad avviso del giudice, Antonio Passariello, Saverio Mutone e L.A. avrebbero fatto parte del gruppo operativo incaricato di eseguire materialmente il “servizio”. Il figlio di Passariello, Pellegrino D’Avino avrebbe svolto funzioni di raccordo e supporto logistico, mentre sua moglie Marika De Filippis avrebbe garantito assistenza nelle varie fasi dell’operazione, contribuendo alla gestione dei contatti e degli spostamenti. L’inchiesta, coordinata dal pm Carlo Villani, non è chiusa perché non è stato, per il momento, stabilito chi è o chi sono i mandanti.
L'attenzione del gruppo sulla diffusione della notizia
Dopo la diffusione delle notizie sui media, il gruppo segue con attenzione le trasmissioni televisive che raccontano il fatto. È qui che emerge il tentativo di controllare la narrazione e correggere le informazioni ritenute errate. Il 30 marzo 2026, mentre guardano un programma di Massimo Giletti, D’Avino si concentra sui dettagli dell’auto usata per l’attentato: “Auto nera… e quella mica era nera?”. Poi si rivolge alla fidanzata Marika De Filippis: “Che colore era? Marika, la 500… quando siamo andati a fare il fatto!”.Il giorno successivo Saverio Mutone interviene per spiegare perché un testimone avrebbe parlato di tre persone: “Quello era lo stesso sportello aperto, che siamo entrati tutti e due dal lato guida, hai capito?”.
I mandanti e un modo di dire che sintetizza il loro intervento: “una mano che lava l’altra”
Dalle intercettazioni emerge con chiarezza l’esistenza dei mandanti. Chi ha commissionato l’azione. E' sempre Passariello a svelarlo e a condurre gli inquirenti. Il 24 marzo 2026, alla domanda sul perché dell’attentato, Passariello risponde con una frase che gli inquirenti considerano rivelatrice: “Una mano lava l’altra… e due lavano la faccia”. Un sistema di favori, soldi e protezione. Il 10 aprile 2026, D’Avino riferisce al padre le condizioni offerte dai mandanti, indicati nelle intercettazioni come “quello”: “loro ogni giorno ti caricano i soldi sulla carta… pure 200 euro al giorno”, oltre alla promessa di una possibile fuga all’estero tra Spagna, Austria e Francia. E su loro che ora sono concentrate le indagini.
