“Si scavava con quello che avevamo e c'era da mangiare per tre giorni, poi bisognava trovare un ristorante o chi ti dava una mano. Anche allora, come oggi, i primi scavi erano fatti a mani nude. La prima notte che ho passato a San Mango sul Calore, io e un mio collega siamo rimasti lì da soli fino al mattino per cercare dei lamenti sotto le macerie. Battendo tutto il paese palmo a palmo. Così abbiamo scovato due persone ancora vive. Fra lunedì e martedì mattina abbiamo tirato fuori cinque sopravvissuti”. Racconta un commosso Giovanni Cini, per tutti in Irpinia “Giovanni la Misericordia”, una vita dedicata agli altri, legata a doppio filo con il volontariato.
Giovanni ci racconta di quelle drammatiche ore di soccorsi durante il terremoto dell'80, quando, “gli aiuti non erano certo l'orologio svizzero che vediamo oggi alla Tv”. E ci spiega come nacque la Misericordia, grazie soprattutto a questo oggi caparbio ottantasettenne, fiorentino d'origine ma irpino d'adozione.
“Io – racconta - sono stato uno dei primi a entrare nella protezione civile che si chiamava ancora gruppi Ose, organizzazione servizio emergenza. Eravamo delle squadre sempre pronte a partire. Avevamo le attrezzature nelle casse. La misericordia ci dava appena una mano per mangiare, ora ci sono tende, cucine da campo, un'organizzazione spettacolare. Anche all'epoca il Friuli era avanti di diversi anni per preparazione. Noi, invece, ci trovavamo agli albori”.
Anche il ruolo di vigili del fuoco e dei militari in genere era diverso: “Oggi c'è stata subito una mobilitazione di massa. Allora non era così. Certo, io al mio arrivo a San Mango trovai dieci militari, ma erano ragazzini impauriti che non sapevano, purtroppo, dove metter mano. Il grosso degli aiuti è arrivato mercoledì dopo la famosa strapazzata del presidente della Repubblica, Sandro Pertini.
"Quando - racconta - sono arrivato a Chiusano San Domenico non si poteva passare, perché c'era un enorme masso caduto a sbarrare la strada. Fortunatamente, lì vicino, lavorava anche la ditta Rozzi che con due caterpillar liberarono la strada. Gli autotreni avevano difficoltà ad arrivare, era una situazione critica in Alta Irpinia”.
Una partenza, quella di Giovanni e degli altri volontari, immediata. “Io venivo da Prato. Siamo partiti alle 21.30, appena tre ore il terremoto. Eravamo dieci ambulanze. A Firenze siamo diventati quindici, a San Giovanni Valdano venti, fino ad Arezzo che eravamo venticinque. A sirene spiegate siamo arrivati ad Avellino, alle 5.30 del lunedì mattina. Poco dopo le sei, mi trovavo a San Mango. In queste situazioni bisogna essere immediati. Pochi minuti possono fare la differenza tra la vita e la morte di chi è incastrato fra le macerie”.
E proprio da quelle macerie, stava per sorgere anche la misericordia. Una storia di volontariato e umanità che dura ancora oggi.
“Sono stato nove mesi e mezzo a San Mango. La protezione civile di Prato fece tappa ad Avellino col grosso degli uomini che si fermarono a San Ciro. Proprio lì, da don Michele, in quell'asilo, è nata la misericordia irpina. Un giorno arrivarono quelli che scherzosamente chiamavamo i “tre capi neri”, il vescovo Venezia, don Ferdinando e proprio don Michele. Mi dissero: “Giovanni, ci hanno detto che saresti intenzionato a cambiare vita. Che vuoi restare qui in Irpinia, perché allora non ci dai una mano a fondare la Misericordia?”
“Io – conclude - promisi che sarei restato e avrei dato una mano. Poi, quando avevano già montato il prefabbricato a via Morelli e Silvati, vennero a prendermi a San Mango e mi portarono ad Avellino. Avevo cinquant'anni ma ero in forma e riuscii a fare tante belle cosette: sono orgoglioso di essere restato. E' stata una delle scelte migliori della mia vita”.
Andrea Fantucchio
