di Simonetta Ieppariello
Quel lento ritorno alla normalità. Scavando tra macerie, polvere e lacrime. L’ombra dei caschi rossi sembra una nicchia di protezione per una comunità distrutta dall’apocalisse del terremoto impietoso. Trema la terra. Trema ancora. Davanti alle mura gialle spezzate da un geroglifico di crepe riesce a coprire il dispiacere quell’intervenire continuo di chi sfida la morte strappando, tra le pietre e distruzione, frammenti di vita e ricordi.
Tutto accade ad Amatrice, tra un pugno di case. Bisogna concentrarsi sui particolari, riempire i vuoti del pensiero con ricerche pratiche, argomenti veri, interventi pratici. Come restituire una bicicletta a Giorgia, 4 anni, che scoppia in lacrime quando i vigili del fuoco irpini le restituiscono bici e salvadanaio. Una foto. Un bambolotto. Gli oggetti che tornano dall'Ade, dall’inferno di un paese ormai distrutto.
«Vi prendiamo tutto». Rispondono i vigili del fuoco irpini guidati dai caposquadra Emilio Matarazzo e Pellegrino Iandolo. Una delle tante squadre impegnate nella straordinaria macchina dei soccorsi. Brani di fraterna solidarietà, umanità e impegno.
I pompieri si immergono in quell’Ade ancora, giorno dopo giorno, ispezionano i tunnel scavati dal sisma. Si abbassano sotto travi abbattute, scale sospese, mura che tornano a tremare.
L'80% delle abitazioni nella zona di Amatrice sono da abbattere e tra quelle case centinaia di caschi rossi svolgono questo compito di coraggio e dedizione. Sono millecento i vigili del fuoco impegnati. «Voi siete angeli, rischiate per ridarci un ricordo». Dicono i terremotati con la voce spezzata dal dolore.
“Tra le macerie recuperiamo i ricordi delle persone; spesso non sono oggetti di valore, ma ricordi dal grande valore affettivo”. Dalla zona rossa di Amatrice parla Massimiliano Maisto, uno dei caschi rossi irpini -. In una casa era crollato tutto. Ho visto vicino al muro l’ecografia della bimba prima di nascere. Forse perchè sto per diventare padre ho deciso di strapparla dal muro per darla ai genitori. Ecco queste sono le cose che potremmo raccontarvi a decine, centinaia».
Pellegrino Iandolo, caposquadra dei caschi rossi è stato in prima linea. «Abbiamo lavorato in ogni fase alternandoci. Un flusso continuo di forze e soccorsi. La commozione delle persone resta il ricordo più prezioso. Vederli sollevati per così poco, per quegli oggetti recuperati tra mille pericoli è la soddisfazione più grande. Ogni volta che entravamo in quelle case - spiega - e la terra trema è un rischio continuo. In molti momenti ci siamo tenuti per mano. In via Roma per recuperare gli attrezzi di quell’ottico ci siamo ricavati un cunicolo. Lo abbiamo fatto con coraggio.
Il ricordo più forte restano le persone».
«La cosa più bella - spiega Luigi Iovine - è riuscire comunque a dare un conforto. Quando sono arrivato mi sono tornate alla mente le stesse immagini di Onna, dell’Irpinia. Amatrice non c’è più: ci siamo solo noi, uomini impegnati nei soccorsi e il dolore e disperazione dei terremotati».
«Siamo irpini e siamo stati a L’Aquila - spiega Claudio Ortoni -. Abbiamo guardato quelle case in pietra crollate. Sappiamo troppo bene, purtroppo, cosa significa. Vedi un popolo distrutto. Il terrore continua tra le pietre che crollano. La cosa commovente e che vorrebbero offrire qualcosa loro a noi».
E poi vedere quelle case distrutte ferme nel tempo. Letti disfatti, lenzuola rovesciate. Poi la prospettiva cambia diametralmente se il soccorso arriva dall’altro.
«Ho fatto supporto alle squadre speciali Saf - dice Federico Tirri -. Dal cielo vedi quella che fino a quell’attimo prima della tragedia era la normalità. Quella che intendiamo noi: quella fatta di persone e cose dentro le proprie case, le proprie mura. Vedi il letto disfatto, le porte aperte i mobili spalancati. Oggetti, tavoli tutto fermo a quell’attimo»·
«Noi siamo irpini, siamo stati i terremotati. Noi ci siamo passati. Siamo forse più motivati a capire e aiutare - precisa Fabio Mele -».
«Il mio ricordo dell’Irpinia subito dopo il sisma era il silenzio assordante e il nuvolone della distruzione - ricorda Massimo Landi -. Ecco dagli abitanti di Amatrice ho avuto gli stessi racconti. Quell’odore acre del tufo. Ora il problema è ricominciare. Quello che auguro a tutti loro è di ricominciare e di farlo presto».
