di Andrea Fantucchio
“Mio fratello l'ha ammazzato la camorra. Noi faremo di tutto perché la sua memoria e quella della mia famiglia non sia mai più offesa”. Francesco Passariello trattiene faticosamente le lacrime mentre ci accoglie nel suo studio in Piazza Libertà ad Avellino, città dove abita dagli anni ‘80. Originario di Napoli, quinto di nove fratelli, il terzo di loro, Vincenzo, è stato ucciso diciotto anni fa a Marcianise dove lavorava con la sua azienda di pulizie. Ma solo giovedì scorso il mandante dell'omicidio, Angelo Grillo, è stato condannato a trent'anni. Mentre per tutto questo tempo le malelingue hanno continuato a spargere veleno, senza rispetto neppure per i morti.
“Ne hanno dette di tutti i colori – le vene del collo di Francesco si gonfiano di rabbia - parlavano di regolamento di conti. Volevano mettere mio fratello alla stregua di volgare criminale, di un camorrista. Bugie che hanno gettato fango su di lui e su di noi”.
Anche Francesco come Vincenzo è un imprenditore che opera nel settore delle pulizie. L'altro fratello, Luciano, anche lui impegnato da sempre per riscattare la memoria di Vincenzo, è consigliere regionale componente della commissione campana anticamorra e beni confiscati, una vita trascorsa dall'altra parte della barricata, sempre in contrasto a quella malavita che i Passariello non hanno mai avuto paura di denunciare.
“Tutta la nostra famiglia – spiega Francesco, concedendosi finalmente un sorriso orgoglioso – non è mai voluta scendere a compromessi con nessuno. Non siamo abituati a chiedere favori. Anche mio fratello Vincenzo ha pagato la sua indipendenza. Prima di quel giorno terribile era stato già minacciato da Grillo per ragioni legate alla sua attività, operavano nello stesso settore, quello delle pulizie. Alcune di queste minacce sono state perfino registrate. Poi quel farabutto che l’ha fatto ammazzare si è dimostrato senza vergogna, presentandosi anche ai suoi funerali”.
La storia di Vincenzo Passarelli (per un errore all’anagrafe non registrato correttamente Passariello) è un fatto di cronaca controverso che negli anni scorsi ha fatto discutere non poco in Campania. Il fratello di Francesco aveva subito alcune minacce di morte da parte di un altro imprenditore, Angelo Grillo, legato, come chiarito dall’inchiesta che ha poi portato alla sua condanna, al clan camorristico dei Belforte.
Dopo l’omicidio di Passarelli la moglie ha portato quelle registrazioni alle forze dell’ordine. Ma la procura di Santa Maria Capua Vetere ha poi deciso di archiviare il caso come delitto irrisolto (cold case). Intanto Grillo proseguiva la sua ascesa, sia nel mondo dell’imprenditoria legato a tanti appalti di pulizia nella sanità locale, sia in quello politico con la lega nord. Solo nel 2013, grazie alle dichiarazioni di un pentito e all’impegno del pm Luigi Landolfi della procura Antimafia di Napoli, è stato chiesto l’arresto per Grillo poi condannato a trent’anni.
“Siamo amareggiati – spiega Francesco – per tutti questi anni che sono passati ascoltando tante sciocchezze sul nostro conto. Ma qualche giorno fa, dopo la condanna di Grillo, è accaduto qualcosa che non poteva non farmi sorridere. Ho ricevuto un messaggio da Antonio Vassallo, figlio del compianto sindaco di Pollica Angelo, ucciso da un attentato della malavita. Antonio diceva che era felicissimo per questa mia vittoria personale e umana. La sentiva anche un po' sua. Rifletteva che con gli anni che passano è sempre più difficile avere giustizia. E c’è paura che la verità venga cancellata dal fango sedimentato dal tempo e dalle calunnie. Noi non lo permetteremo. Con la mia famiglia ci siamo costituiti parte civile. Posso dirvi fin da ora che se dovessi ricevere anche un solo centesimo da questa storia sarà devoluto alla lotta contro la camorra. Al sostegno delle vittime uccise dalla criminalità. Io sono fortunato, non voglio altro dalla mia vita, se non la giustizia per mio fratello Vincenzo e per quanti hanno vissuto una tragedia simile a quella che ha colpito la mia famiglia”.
