A Bonito si commemorano i caduti della Grande Guerra

Grande Madre

Bonito.  

Si è svolta ieri a Bonito la cerimonia di commemorazione dei caduti nella Grande Guerra. La manifestazione è stata curata dall’Amministrazione Comunale e dal Centro di ricerca tradizioni popolari “La Grande Madre”. Ha aperto la celebrazione la messa nella chiesa di Sant’Antonio da Padova, il santo a cui si rivolgevano, “scaoze e scapillate” le mamme bonitesi affinché i loro ragazzi ritornassero dalla guerra. Il sindaco Giuseppe De Pasquale ha deposto la corona di fiori ai piedi del monumento ai caduti, poi ha introdotto la seconda parte della manifestazione unitamente ai saluti e ringraziamenti di Valerio Massimo Miletti. Questa parte, svolta nella sala del convitto del convento settecentesco “Sant’Antonio da Padova”, è stata dedicata alla presentazione del testo curato da Emanuele Grieco "Bonito alla Grande Guerra. Storie, racconti e testimonianze bonitesi e non solo ".

 

Il libro è composto dai contributi di: Gaetano De Vito, Carlo Graziano, Aldo Grieco, Salvatore La Vecchia, Valerio Massimo Miletti,  Saggese Paolo, Emanuele Grieco e chi scrive. Hanno accompagnato la manifestazione i canti degli alpini proposti dalla Corale Sant'Andrea di Conza diretta da monsignor Donato Cassese. Sono intervenuti il prof. Emilio De Roma della Grande Madre, la prof.ssa Caterina Caringi, Gaetano De Vito del Museo delle cose perdute che ha allestito una mostra a tema. Emanuele Grieco, che ha curato e donato la pubblicazione, vive a Bologna ma è di origini bonitesi, il padre Antonio è di Bonito e la mamma Margherita, bravissima scrittrice e poetessa, era di Avellino. Da anni si adopera per recuperare la memoria storica del paese; le sue ricerche meticolose sono volte alle persone semplici e a chi si è distinto nelle varie arti, alle contrade con i loro nomi significativi, alla parlata, ai detti, ai proverbi. Oggi ci ha fatto dono di quest’ultima testimonianza che riscatta la memoria di quanti sono caduti senza conoscerne precisamente le ragioni. Il Sud stava ancora a leccarsi le ferite postunitarie quando si trovò coinvolto, non per volere di popolo ma per manovre di pochi, nel conflitto più grande che il mondo ricordi.

 

L’ondata di guerra avvolse il pianeta come una energia negativa, malvagia, da cui non si poteva sfuggire. Morti, morti e poi morti, di ogni lingua, nazionalità, colore. Sangue italiano ma non solo, innaffiò le stelle alpine sul Carso, colorò le acque dei fiumi, percolò nella roccia calcarea per inquinare le sorgenti. Non è un’immagine letteraria, la terra si inzuppava di rosso e i cadaveri restavano a marcire sotto il cielo vicino ai feriti, in prima linea, in quella striscia di terreno tra le due trincee. I compagni non potevano esporsi nemmeno a guardare, raffiche di proiettili li avrebbero falciati.

 

Cosa pensavano i nostri ragazzi, quasi tutti analfabeti, finiti nel corpo di fanteria, vale a dire prima linea, cosa importava a loro del profondo Sud, se quelle provincie alpine appartenessero allo stato italiano che aveva sterminato la generazione precedente accusandola di brigantaggio? Questi giovani non avevano acquisito ancora il senso di “Patria”, almeno non come lo avevano sentito forte nell’opposizione allo stato piemontese. I nostri contadini si trovarono a combattere qualcosa che non comprendevano, in una confusione linguistica che probabilmente favorì le fucilazioni per diserzione o vigliaccheria. Sradicati dalle loro piccole masserie o botteghe, anche in età adolescenziale, la famosa classe del “novantanove”, lasciarono mamme e fidanzate senza la possibilità di dare o avere notizie, quasi tutti analfabeti, incapaci di mandare una lettera o un telegramma, andarono ad offrire la vita per una causa ignota, per una terra sconosciuta, i più morirono, altri tornarono mutilati, “scemi di guerra”, segnati irrimediabilmente dalla crudeltà del conflitto.

 

La maggior parte dei 236 reggimenti di fanteria erano composti da soldati analfabeti, ciò nonostante, alcuni impararono a leggere e poi anche a scrivere, così compilarono diari corredati da disegni che illustravano le condizioni di vita, gli avvenimenti, e quant’altro. Grazie a questo materiale i posteri hanno potuto studiare gli aspetti più oscuri e sfuggenti della vita di trincea, narrata dagli stessi protagonisti. Questa guerra fu il primo conflitto raccontato anche dai protagonisti minori, e non più esclusivamente attraverso i diari degli ufficiali o degli uomini di cultura anch’essi presenti nelle file dell’esercito ma sicuramente impiegati in ruoli meno disagiati. Lo stesso Bonito, con la sua numerosa schiera di analfabeti offrì uomini di cultura e di chiesa la cui penna risente dell’ideologia liberale e dei concetti di nazione e nazionalismo ampiamenti predicati precedentemente dal conterraneo Mancini.

 

Il resoconto per il piccolo paese dell’entroterra non fu catastrofico eppure ben cinquantanove mamme non rividero i figli, una mamma ne perse due. Altre donne restarono senza marito con pochi spiccioli di pensione, a Coviello Maria, vedova di Di Pietro Emanuele, il vitalizio non fu mai assegnato perché scaduto il tempo per presentare la domanda. In effetti la legge prevedeva un periodo di cinque anni dalla morte del militare per presentare domanda di pensione, passato questo tempo lo Stato non concedeva più alcun aiuto alla vedova. Era lo Stato italiano, la “Patria” per cui il povero Emanuele era morto ma la burocrazia, già da allora faceva le sue vittime.

 

Franca Molinaro