Gianfranco Rotondi, nel suo blog sull'Huffpost, racconta un fine settimana che, a suo dire, rappresenta una sorta di ritorno di orgoglio per la tradizione democristiana. Due iniziative diverse ma coincidenti: una promossa da Dario Franceschini, l’altra dallo stesso Gianfranco Rotondi. Entrambi, rimasti tra gli ultimi ex democristiani presenti in Parlamento, organizzano incontri che simbolicamente richiamano la storia e l’eredità della Democrazia Cristiana. Franceschini riunisce a Roma l’ultima generazione di ex militanti democristiani per ricordare la stagione politica della Dc e in particolare l’elezione di Benigno Zaccagnini alla segreteria nel 1976, congresso che segnò uno dei momenti più significativi della storia del partito e che vide contrapposti Zaccagnini e Arnaldo Forlani.
Ad Avellino venerdì 27 e sabato 28 marzo
Parallelamente, ad Avellino Rotondi promuove un’assemblea ispirata a quella organizzata nel 1981 dall’allora segretario Dc Flaminio Piccoli, quando il partito tentò di aprirsi a imprenditori e intellettuali per rilanciare il proprio ruolo politico. L’obiettivo dell’incontro di Avellino è interrogarsi sul presente: capire se esista ancora uno spazio per un partito di ispirazione cristiana e se il cattolicesimo politico abbia ancora una voce nella politica italiana. Secondo Rotondi, dopo la fine della Dc e la dispersione dei suoi esponenti tra destra, sinistra e centro, la tradizione cattolico-politica sembra essersi progressivamente dissolta fino quasi a scomparire dal dibattito pubblico. L’assemblea non pretende di fornire risposte definitive, ma almeno di riaprire una discussione sul ruolo e sul senso del cattolicesimo politico nell’Italia contemporanea.
Non solo una rimpatriata
L’intervento di Rotondi ha il sapore di una rimpatriata nostalgica più che di una vera rifondazione politica. Si parla di futuro, certo, ma il racconto resta saldamente ancorato agli anni Settanta e Ottanta, tra congressi storici e leader di un’altra epoca. Il punto interessante è l’ammissione implicita: il cattolicesimo politico oggi non pesa più. Non perché manchino i cattolici in politica — ce ne sono ovunque — ma perché quell’identità collettiva che un tempo organizzava un pezzo enorme del Paese si è dissolta dentro i partiti esistenti. Paradossalmente, la Dc ha vinto talmente tanto da rendersi inutile. Il rischio è che l’operazione sembri più una rievocazione storica che un laboratorio politico. Una domanda c’è, ed è legittima: se il cattolicesimo politico non si sente più, è perché nessuno lo ascolta… oppure perché non ha più molto da dire? E forse è proprio questo il paradosso più democristiano di tutti: riunirsi per capire se si esiste ancora.
