di Marco Festa
Quattro partite senza vittorie e gol in trasferta lascerebbero pensare ad una squadra in grave difficoltà. Ma la crisi dell'Avellino, lontano dal “Partenio-Lombardi”, si è confermata prettamente di risultati. Perché fatta eccezione per il k.o. rimediato lo scorso 14 marzo a Lanciano, in cui oltre oltre al risultato fu negativa anche la prestazione, l'Avellino non è mai mancato in termini di produzione di occasioni da rete. A Carpi, ma soprattutto a Catania e a Vicenza, i lupi sono arrivati a ripetizione, e pericolosamente, alla conclusione. Una mole di palle-gol che lasciano intuire che il problema risiede maggiormente nella necessità di metterci un pizzico in più di cinismo e cattiveria sotto porta, che in un problema strutturale.
Il passaggio dal 3-5-2 al 4-3-1-2, come modulo di riferimento, è una delle dimostrazioni concrete della voglia dell'Avellino di ricercare la vittoria sforzandosi, soprattutto in questo finale di stagione, di fare la partita. In realtà, Rastelli non si è mai limitato soltanto a “non prenderle”: la capacità di non concedere nulla agli avversari o di cercare soluzioni per limitarne il potenziale offensivo, da sempre tra i concetti base della suo modo di intendere il calcio, individuate da molti, nel momento della flessione in termini di punti conquistati, come causa dei mali dell'Avellino e riprova di un esasperato atteggiamento difensivista, sono piuttosto sintometiche del vero e determinante obiettivo dello stesso Rastelli. Ossia, la scrupolosa ricerca dei fondamentali equilibri tra i reparti. La vera prerogativa per arrivare al successo, cercato e spesso ottenuto anche al cospetto di più quotati avversari, pur non dimenticando l'importanza, spesso sottovalutata, di muovere, innanzitutto, la classifica. Non ha mai giocato senza almeno due punte l'Avellino, che ora, con il “nuovo” assetto, non rinuncia neanche al trequartista. Sia dentro, sia fuori casa. Oltre al cinismo, il nodo del digiuno di reti fuori casa può essere allora individuato pure in una qualità delle rifiniture che non è sempre eccellente. Qualche passaggio “dettato”, ma servito troppo tardi; qualche cross fuori misura dopo una bella azione corale, alla fine possono fare la differenza. Certo, non esiste una bacchetta magica per rendere fatati i piedi meno educati, ma è attraverso il lavoro quotidiano si può provare a spingersi oltre i propri limiti, di cui è una forza essere consapevoli.
E poi, c'è anche una componente psicologica: l'Avellino deve sbloccarsi. Ha una chance in più di farlo sabato, a Varese, contro il fanalino di coda del campionato, in campo domani sera (ore 20:30), al “Curi”, contro il Perugia. Un successo all'Ossola è d'obbligo e può dare lo slancio decisivo per un finale di campionato da protagonisti. Anche perché nel turno successivo arriva l'Entella, del neotecnico Aglietti. Una brutta gatta da pelare, perché in piena lotta per non tornare, a distanza di un anno, in Lega Pro, ma un altro avversario non irresistibile. Il filotto, prima della trasferta a Crotone, è tutt'altro che fantascienza; può essere la scintilla per far tornare riesplodere l'entusiasmo, comunque mai sopito.
Ed è già il momento di ripartire. Domani è in programma alle 15, a porte chiuse, al “Partenio-Lombardi”, è in programma la ripresa degli allenamenti. Da verificare le condizioni di Frattali, assente a Vicenza perché alle prese con la varicella, e Mokulu, costretto al forfait per via di un attacco influenzale manifestatosi poco prima della partenza alla volta del Veneto. Continuerà il lavoro di recupero di Vergara e Visconti, due possibili armi in più in questo rush finale. Si dovrà pensare ad un Avellino senza Schiavon, squalificato, ma con il ritorno di Zito a rappresentare un ulteriore elemento per guardare avanti con fiducia, nonostante l'ultimo stop. Questo Avellino è battuto, ma non vinto. E deve crederci. Ora più che mai.
