di Andrea Fantucchio
Se James Matthews Barrie avesse ambientato il suo capolavoro, Peter Pan, ad Avellino avrebbe di certo iniziato la sua storia in un rettangolo d'erba di centocinque metri per sessantotto, la dimensione esatta del campo da gioco dello stadio Partenio Lombardi, e ci avrebbe messo dentro due personaggi: padre e figlio. Eterni bambini che camminano fianco a fianco, magari palleggiando con un pallone da calcio. (Clicca sulla foto di copertina e guarda lo speciale di Ottopagine.it.)
Nati per giocare
Il primo è un uomo che non si scompone mai e si fa sentire poco (a parole) anche in campo. Solitamente te ne accorgi solo quando il collo del piede destro tocca il cuoio del pallone in quel punto perfetto per imprimere alla sfera un effetto che la guida nel sette. Per le imprecazioni del portiere di turno, fra i quali c'è anche un giovane Stefano Tacconi, che poi sarebbe diventato titolare della nazionale italiana.
L'altro, il figlio, è decisamente più rumoroso: ride spesso e come il padre ha un talento eccezionale nel calciare la palla.
Lui, il papà, si chiama Nando, ma se chiedessi di parlartene a qualsiasi tifoso irpino che ha più di cinquant'anni, ti direbbe che lui è Nandogol. Letto così tutto d'un fiato. L'altro, il figlio, si chiama Pino, ma se chiedessi sempre a quei famosi tifosi di parlartene, si riferirebbero a lui chiamandolo Pelé. Quel giovane che solo «a cap 'e merd”, scusate il francesismo, ha tenuto lontano dalla gloria calcistica che forse avrebbe eguagliato se non oscurato il padre.
Oggi proprio Pelé ci guida alla scoperta di Nando Del Gaudio, un lupo vero che ha dedicato più di cinquant'anni alla famiglia biancoverde.
Il palcoscenico della nostra intervista non è casuale: si tratta di uno dei campi di calcio del Country Sport di Avellino.Il regno di Pino, dove dagli anni novanta forma i campioncini di domani. La sua seconda chance, dopo quella vita da calciatore che si è fermata prima di sbocciare del tutto.
Quando la città pianse mio padre
«Oggi – ci dirà – mi emoziono quando ho la possibilità di lavorare con gli studenti delle scuole e mi chiamano maestro. Ancora non ci sono abituato. Sai, io ero l'ultimo della classe. Arrivavo alla ragioneria con il mio “Ciao” (vespa della Piaggio), mi riconoscevano perché giocavo a calcio con la primavera dell'Avellino. Altrimenti non mi notavi, ero magro magro come un chiodo. Che personaggio (ride ndr)».
La nostra storia parte dalla fine. Quando chiedo a Pino di parlarmi di Nando non ha dubbi. Si ferma un attimo, ascolta il vento, si commuove e poi racconta.
«Ricordo quando mio padre fu ricoverato in ospedale. I barellieri, quattro vecchi tifosi, fecero una corsa forsennata. Quel giorno in ospedale c'erano tutti. Il prete, il giorno dei funerali, non voleva che la cerimonia fosse celebrata alle 20.00. Non verrà nessuno, diceva, ci sono battesimi e comunioni. Alle 20 la fila di avellinesi partiva dallo spiazzale di San Ciro e arrivava fino al al Rosario».
Come può una figura sportiva unire così tante generazioni diverse?
«Mio padre – racconta Pino – era autentico. Lo è sempre stato. E amava Avellino, sinceramente. Io credo che l'amore, quello vero, si faccia sempre in due e mio padre non ha mai avuto amanti: per lui esisteva solo il Lupo. Oltre a mia madre, è chiaro (ride ndr). Credo che quest'affetto ad Avellino lo abbiano sentito e ne siano rimasti conquistati. E anche Salerno, la squadra dei nostri acerrimi rivali, ricorda con affetto i due anni di mio padre con la maglia granata».
"Credo che l'amore, quello vero, si faccia sempre in due e mio padre non ha mai avuto amanti: per lui esisteva solo il Lupo"
Un biennio particolare. In quegli anni la Salernitana puntava alla serie A e decise di investire molto sul talento di Nando. Però, la società biancoverde riuscì a inserire nel contratto una clausola senza la quale sarebbe saltato tutto l'accordo. Nando non avrebbe potuto giocare nei derby contro l'Avellino.
Quello fra il lupo e Nandogol è stato però solo un arrivederci. Nando infatti non riusciva proprio a stare lontano da casa e così è scappato da Salerno.
Un amore eterno, di padre in figlio
«Una costante – racconta Pino – nella sua vita. Te l'ho detto: ha rifiutato di tutto per l'Avellino. Una sorte che poi è toccata anche a me. Più volte ho ricevuto offerte anche interessanti, come quella del settore giovanile del Napoli anni fa, ma ho sempre detto di no. Sono legato a chi ha creduto in me dall'inizio e ho sposato progetto Country Sport. Ringrazierò sempre l'artefice di questo sogno e mio maestro, Dino Scorzafava, la moglie, la signora Mirella, la presidente della scuola calcio, Nives Civelli, e ovviamente in Giuseppe Scorzafava. Con lui stiamo assistendo a una degna continuazione dei sogni di Dino».
Pino e Nando sono due caratteri molto differenti, qualcuno dice come il giorno e la notte.
«Mio padre – racconta Nando – tante cose belle le ha tenute dentro, ho dovuto imparare a tirarle fuori. Quelle brutte me le ha dette quasi tutte (sorride ndr.). Mi rimproverava se tornavo tardi a casa la sera, quando mangiavo in modo irregolare, quando non andavo bene a scuola. Lo faceva per me, ha sempre creduto tanto in me. E aveva il suo modo di dimostrarlo».
Un "amico speciale" in comune
Così come ha suo modo Nando ha formato per oltre cinquant'anni i giovani calciatori dell'Avellino, molti dei quali si sarebbero fatti valere anche lontano dal Partenio. Irpini come Nando De Napoli del quale l'altro Nando adorava il cuore.
E anche Pino è legato a Nando da una profonda amicizia.
«Lui – ci racconta – non aveva una tecnica eccelsa, in compenso però aveva idee chiare: voleva fare il calciatore e ci è riuscito. Quando molti di noi si riposavano, la domenica, lui saliva su Montevergine a correre per “guadagnare altro fiato”».
Un maestro di calcio e di vita
Il Nando del Gaudio maestro dei ragazzi era un uomo burbero al quale tutti volevano bene. Nonostante i suoi atteggiamenti da sergente di ferro.
«Papà – conferma Nino – se qualcuno arrivava tardi all'allenamento, non lo convocava per la partita successiva. Era peggio che essere multati. Poteva capire le qualità di un giocatore con un solo sguardo, persino da cosa indossava (ride ndr). E se un ragazzo non aveva talento: lo diceva subito ai genitori. Lo considerava un compito difficile ma un dovere morale. Per non creare false illusioni al giovane e magari indirizzarlo verso una strada a lui più congeniale»·
Pino ha un approccio diverso. E' un idolo dei ragazzi e uno degli allenatori delle giovanili più bravi degli ultimi anni. Il segreto è la spontaneità e il fatto che sia rimasto bambino.
Me ne accorgo quando lo vedo vestito elegantissimo per l'intervista, con cravatta e blazer blu. Poi, quando un pallone gli rotola accanto, non esita a palleggiare e ovviamente a calciare in porta. Lui e la palla di cuoio sono in simbiosi. Da sempre.
Grazie a tutti
Nando aveva un rapporto straordinario con la città e gli amici.
«Quando – racconta Pino – ebbe i primi sintomi dell'infarto, tornato a casa ci disse che aveva avuto un'indigestione. Poi nel pomeriggio è andato a salutare gli amici di sempre, su tutti il Principino. Non l'avrebbero più rivisto».
E proprio il Principino, Antonio Comella, dirà di Nando: «Il più forte calciatore avellinese di Avellino. Una tecnica senza eguali. Una persona altrettanto meravigliosa»·
Un nuovo inizio
L'intervista si chiude con una sfida: chiedo a Pino di descrivermi suo padre con un aggettivo. Sorride, ci pensa, poi non ha dubbi.
«Meraviglioso – ci dice – credo sia l'aggettivo che li riassuma tutti. E io che sono il figlio del meraviglioso, sono quasi meraviglioso. Devo ancora migliorare per diventarlo del tutto. Come dico ai miei ragazzi, il successo non è arrivare in alto ma rimanerci. E per farlo vuol dire che fra cinque minuti dovrai impegnarti già più di ora. Altrimenti meglio lasciar perdere».
