L'analisi. Avellino, Vercelli docet

Dal "Piola" ottime indicazioni. Ma per il definitivo salto di qualità servono i colpi del ko

Avellino.  

Sarebbe stato secondo, da solo, in attesa dei posticipi (oggi, alle 18, si gioca Carpi – Livorno, domani, alle 20:30, Bologna – Perugia, ndr), ma gli è mancato il killer instinct e la più classica legge non scritta del calcio, quella del “gol sbagliato, gol subito” si è materializzata nel tempo e coi modi più sgradevoli: a sei minuti dalla fine di una gara dominata; con un gol fantasma, viziato, come se non bastasse, da un netto fallo su Ely. L’analisi di Pro Vercelli – Avellino 1-1 non può che correre a ritroso: partendo dall’amarezza per una vittoria sfuggita sul più bello, su uno dei campi più difficili (e malandati, ndr) della Serie B, sul quale ci avevano lasciato le penne sette squadre su dieci e una sola, il Pescara, è riuscita a vincere. Un biglietto da visita, quello della Pro formato “Piola”, che invitava alla massima concentrazione e suggeriva di non abbassare la guardia. E l’Avellino non lo ha fatto. Anzi.

 

Prima del tocco ravvicinato di Di Roberto; della palla che batte sulla linea, o poco dopo la linea, vallo a capire, c’era stata una sola squadra in campo, trascinata da un Castaldo ispiratissimo, in versione “valgo da solo il prezzo del biglietto”. E il “dieci” merita una chiosa particolare: si è confermato di un’altra categoria, con una carrellata di conclusioni velenose, dribbling funambolici, giocate di prima, intuizioni e, non ultimo, il “no look” con cui ha mandato in porta Regoli per il momentaneo vantaggio al minuto 61, da far spellare le mani dagli applausi. Quando tocca la palla inventa calcio; quando l’azione passa dai suoi piedi, il lupo va in porta praticamente sempre.

 

Ma Castaldo a parte, è la prestazione del collettivo che va rimarcata. I biancoverdi non si sono tirati indietro quando la Pro Vercelli ha iniziato a rinculare nella propria area di rigore lasciando il pallino del gioco in mano agli avversari e, ritrovata la fondamentale spinta degli esterni, indispensabile per un efficace sviluppo della manovra nel 3-5-2, le palle-gol sono fioccate. Già, gli esterni. Ieri più che mai si è capito quanto abbiano pesato gli infortuni nel corso del girone di andata. Perché, non saranno Luis Figo, Gareth Bale o Bruno Conti, ma Visconti e Regoli hanno gamba e personalità, attaccano e difendono senza strafare, perdono pochi palloni, ne recuperano una discreta quantità, sanno prendere il fondo, crossare, e pure arrivare al tiro. Se l’infermeria non li avesse “rapiti” per larga parte delle prime ventuno giornate, forse, si sarebbe visto, in alcune circostanze, un altro Avellino.

 

Un Avellino come quello di ieri, capace di alternare le percussioni centrali orchestrate da Castaldo agli affondi sulle corsie esterne, con l’ex Pontedera, collocato alto da Rastelli a fungere da chiave tattica per tenere bloccato dietro Scaglia, pronto a vestire i panni della spina nel fianco con tanto di primo gol in carriera in Serie B a coronamento di una prestazione maiuscola. Prima del gol, la Pro Vercelli non aveva praticamente mai beccato lo specchio della porta e si era resta pericolosa solo con Scavone dopo un primo quarto d’ora di chiara marca biancoverde. Marchi, spauracchio della vigilia, si è visto solo per un colpo di testa abbondantemente a lato. La difesa aveva retto ancora una volta impeccabilmente prima del convulso episodio che ha generato la rete del pari. Un vero peccato.

 

E allora, il vero neo è rappresentato dalla mancanza di un pizzico di cinismo in più sottoporta, dal colpo del ko, mai arrivato: sfiorato da un sinistro di poco a lato di Visconti e sciupato da un colpo di testa fuori misura, a due passi da Russo, di Comi. Con un Trotta e un Mokulu in più, l’auspicio è di trovare quei gol pesanti, da tre punti, che possano evitare domeniche di rimpianti. Senza scomodare il classico bicchiere ed affannarsi a capire se sia mezzo pieno o mezzo vuoto, il lupo sa che può ripartire da Vercelli per un girone di ritorno da protagonista, ma che è arrivato il momento di compiere un ulteriore salto di qualità per attestarsi definitivamente tra le grandi del torneo: andare per la giugulare dopo aver messo la preda spalle al muro.