Imparare a riconoscere la qualità e ad attribuirle il giusto valore. Guardare a sistemi alimentari più virtuosi di quelli attuali e ripensare ad un benessere che non sia solo economico e per pochi.
Sono solo alcuni degli spunti che emergono da Sementia, la manifestazione dedicata al recupero e alla valorizzazione dei cereali tradizionali ideata da Slow Food Campania in collaborazione con le 5 Condotte del Sannio, e giunta quest'anno alla sua terza edizione.
I grani antichi rappresentano uno strumento efficace per lo sviluppo sostenibile delle piccole comunità locali, in particolare per quelle comunità per troppo tempo costrette ingiustamente a relegarsi in un’agricoltura marginale, resiliente, per non cedere ai tentacoli dei processi di industrializzazione senza alcuna etica ambientale.
Una tre giorni che si è conclusa questa mattina alla Rocca dei Rettori, sede dell’ente provinciale e quartier generale dell'evento.
“Un evento – ha spiegato a margine del convegno conclusivo Gaetano Pascale, presidente onorario di Slow Food Italia - che ci aiuta, grazie agli spunti raccolti, ad avere un quadro più definito di un filiera così importante come quella cerealicola che riguarda non solo gli operatori del settore ma tutte le persone, perché si parla di alimentazione quotidiana.
Avere la possibilità di riflettere su sistemi alimentari più virtuosi di quelli attuali, in grado di garantire: salubrità, il rispetto dell'ambiente e anche la giusta remunerazione a chi lavora a queste filiere è evidentemente molto importante”.
Sementia è un momento di confronto sulla filiera cerealicola che, se nelle prime due edizioni ha fatto luce sulla filiera qualità, portando in Campania le esperienze nazionali più significative di questo percorso, quest'anno si è aperta anche ai consumatori con vari approfondimenti nei tavoli tematici e, in particolare, con un focus sul rapporto tra cereali e salute.
“Sementia – ha spiegato ancora Pascale - ci consegna spunti e riflessioni di cui tener conto per il futuro. Occorre incidere su un quadro normativo che oggi non consente la diffusione dei grani antichi su larga scala. E invece ce ne sarebbe bisogno. Ci guadagneremmo tutti e in particolare gli agricoltori che vivono in realtà più complesse come quelle delle aree interne dove si produce tanta tanta qualità ma si fa anche tanta fatica a farla riconoscere a chi fa la spesa tutti i giorni”.
