La lepre e la tartaruga: storia di una sfida a colpi di calici

Irpinia, Sannio e i loro vini: l'orizzonte non è la concorrenza, ma giocare insieme per crescere

la lepre e la tartaruga storia di una sfida a colpi di calici
Benevento.  

C'è una tartaruga e c'è una lepre, e una pista fatta di vigneti, colori, profumi. Sapori, poi, sapori forti, decisi ma gradevoli, contraltari deliziosi all'asprezza di terre troppo spesso sottovalutate.


In Irpinia e nel Sannio il vino è forse lo storytelling ideale: il racconto perfetto delle terre meno conosciute della Campania, dove il mare non ci arriva e i monti celano, quasi scoraggiano visite che per contro rivelerebbero tesori.

Tesori sì, ma con storie diverse per Sannio e Irpinia, vicine, cugine e sfidanti, seppur senza sguardi torvi, sul campo del vino. Non è Italia – Francia: non è una lotta all'ultima goccia o all'ultimo grappolo, non volano testate alla Zidane. No, Irpinia e Sannio giocano, in fondo e anche consapevolmente la stessa partita, anche se l'hanno giocata negli anni con tattiche diverse.


Una partita che ci hanno raccontato i giocatori, di entrambe le squadre, ospitandoci dove custodiscono i loro segreti, rivelandocene alcuni (sapevate che le lettere sulle barrique indicano la foresta da dove proviene la legna?).
Da “mostri sacri”, come Caggiano e Molettieri in Irpinia, a chi per il vino e per il Sannio ci ha messo anima e corpo, come Libero Rillo fino a giovani un po' nerd che hanno deciso di salutare chip, processori e facoltà di ingegneria per dedicarsi a vigne e vendemmie, come Giacomo Simone.


Cosa emerge? Emergono la lepre e la tartaruga di prima, ma a differenza della favola di Esopo un finale non c'è e tantomeno una morale. Si possono scrivere però, assieme.
La lepre è l'Irpinia, con l'intuizione di aver puntato da subito sulla qualità: il Taurasi, il Fiano, il Greco, le tre docg e automaticamente la vendita di buone percentuali di produzione in bottiglia, a nobilitare la qualità, appunto, a costruire una storia di successo sotto tutti i punti di vista.

C'è il Sannio poi, a far da tartaruga, sbagliando qualche mossa in passato puntando sulla quantità, su vitigni non autoctoni e sotto l'ombrello delle cantine sociali che acquistavano le uve. Una scelta che ha portato a qualche ritardo, ma con un'inversione di trend negli ultimi dieci anni grazie a menti illuminate. Menti illuminate come quelle di chi ha ideato e lavorato col Consorzio “Sannio Tutela Vini”: scelte vincenti sui disciplinari, rendendo la burocrazia un vantaggio e non una scocciatura, lavoro sulla mentalità dei produttori.

Oggi il Sannio ha una docg, l'Aglianico del Taburno, e ha avviato un ottimo percorso sulla valorizzazione della qualità e della tipicità, arrivando a un 20 per cento di imbottigliati che non è assolutamente un punto d'arrivo, ma un ottimo punto di partenza rispetto al passato.

Certo ci sono da considerare le differenze peculiari: la “tartaruga” Sannio ha avuto ed ha anche da portarsi dietro il guscio, il “peso” delle dimensioni della superficie più vitata d'Italia (864mila ettolitri di vino, 52% del totale regionale, da 10450 ettari di vigneto, 36% della superficie totale), contro un'Irpinia più snella (275mila ettolitri di vino, 17 per cento del totale regionale, da 6050 ettari, 21 per cento della superficie totale).

I margini per il Sannio tuttavia sono ampi, come ricorda anche Gennarino Masiello, sannita, produttore e vicepresidente di Coldiretti nazionale: “Stiamo giocando una bella partita. C'è da considerare che tra Sannio e Irpinia ci sono volumi diversi, l'Irpinia sullo scatto è partita avvantaggiata. Ora stiamo raccontando una provincia che ha ottime potenzialità. Il percorso è sicuramente puntare sulla qualità, facendo crescere il valore aggiunto e dare remunerazione ai produttori”.

Dunque quali orizzonti per Sannio e Irpinia? La risposta che arriva dai protagonisti è quasi sempre univoca: parlare di orizzonti, al plurale e dunque presupponendo una diversità di intenti è sbagliato, “Lo spazio c'è per tutti” ricorda Molettieri, così come Caggiano (vedi le interviste negli articoli correlati). La chiave è tutta lì dunque: il successo arriva se non c'è solo ed esclusivamente l'ossessione dell'avere successo, puntando su ciò che ti dà il territorio, senza forzare per avere guadagni più facili “Il nome – ricorda l'enologo Angelo Melillo – te lo costruisci in 100 anni, ma basta un secondo per sputtanarti”. Un secondo, un acino, una bottiglia.


Il futuro è la qualità, dunque, poi la concorrenza resta, ovviamente, nella consapevolezza però di lavorare per lo stesso obiettivo: un territorio troppo spesso ignorato, sconosciuto o dimenticato, che può, senza arzigogoli e solo grazie alla tipicità, invertire quel trend. E arrivati a questo punto chi sia la lepre e chi la tartaruga non conta più, né chi arriva primo: conta arrivarci a quel traguardo e al brindisi finale, con una delle quattro docg di Irpinia e Sannio, ça va sans dire.