“In quei giorni di marzo ho detto a mia moglie: se mi ammalo resto qui in ospedale, almeno non contagio te e il bambino e posso dare una mano ai colleghi in ospedale”. Impossibile dimenticare quei giorni per chi era in prima linea, come Alessandro Rosa, medico radiologo interventista al Moscati di Avellino: tac su tac, radiografie su radiografie, con le ambulanze in fila fuori per altre tac e altre risonanze, a guardare quelle polmoniti intersiziali e a dare l'allarme “E' covid, un altro caso”.
E infatti di dimenticare non c'è nessuna volontà: “Dai primi casi: due pazienti di Ariano, uno rientrate da nord, da Lodi. Ne sapevamo poco, quasi nulla: avevo studiato i casi del nord e le caratteristiche, ma viverla è un'altra cosa”.
E il tempo di studiarla, per prepararsi al meglio a quel che sarebbe stato, non c'era: “Abbiamo preso l'onda di faccia in pratica – spiega Rosa – però ci siamo rimboccati le maniche, abbiamo svuotato i reparti per far fronte a quello che poi è stato, la nostra radiologia ha funzionato benissimo, ma era inevitabile si creassero quelle code di ambulanze all'esterno, avevamo due tac, ma ovviamente non potevamo sottoporre un paziente dopo l'altro, bisognava attendere le sanificazioni e l'applicazione di tutte le procedure. Inevitabilmente si creavano attese visto che sul Moscati si sono riversati i casi Irpini, quelli di Ariano,alcuni della Valle Caudina e di paesi sanniti al confine con Avellino”.
E la paura di portarsi quel maledetto virus a casa, passando dall'essere ancora di salvezza dei pazienti a untore: “La tensione era altissima: ognuno di noi poteva contagiare l'altro. Un medico, un infermiere, un addetto ai trasporti. Andare in ospedale a lavorare ogni giorno coincideva con una preghiera. Io l'avevo già detto a mia moglie: se mi infetto resto in ospedale, non torno a casa. Impensabile mettere a rischio lei, che aspetta un bambino, e mio figlio. Sarei rimasto finché le forze me lo consentivano a dare una mano ai colleghi, visto che il lavoro in quei giorni era massacrante”. Alcuni colleghi, com'è noto, il virus l'hanno contratto: “Per fortuna ne sono usciti tutti, l'ultimo un collega del pronto soccorso è stato curato con plasma, e ha dato ottimi risultati”.
Per il dottor Rosa il covid però è stato anche altro, qualcosa che ha unito, che ha eliminato il superfluo: “E' cresciuto lo spirito di squadra: è stato bello vedere tutti uniti a combattere un nemico invisibile. Eliminare fronzoli, gelosie, beche e mostrarsi umani a condividere ansie, paure, magari anche lacrime. E anche guardare a quei pazienti che ti consideravano ancora di salvezza, della loro salvezza, mostra quanto l'umanità in questo mestiere non debba mai essere persa di vista”.
E se il virus tornasse: “Ci troverebbe pronti, molto più di fine febbraio. Io stesso ho pubblicato diverse evidenze sul database creato dalla società italiana di radiologia medica mettendole a disposizione degli altri colleghi: ad esempio ho notato che in molti pazienti oltre alla polmonite intersiziale si creavano embolie polmonari. Insomma: sono mesi che non dimenticherò, perché non vanno dimenticati”.
