Comune pubblica bilancio arboreo, ambientalisti: tutto da rifare

Il comitato giù le mani dai pini: un atto raffazzonato

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Benevento.  

“Finalmente, con manifesto ritardo rispetto ai termini di legge, il Comune è riuscito a produrre l’atteso Bilancio Arboreo, vergato dall’assessore al ramo in persona”.
Così Luca Coletta e Francesco Di Donato per il Comitato Giù le Mani dai Pini.

“La redazione – prosegue il gruppo ambientalista - deve essere costata un considerevole sforzo, dal momento che - al cospetto di chi riesca a trovarle - sul sito dell’ente compaiono 4 paginette striminzite, generiche e sciatte. Per di più, un documento che dovrebbe avere massima pubblicità, proveniente da un’amministrazione che si è sempre distinta per una comunicazione alquanto “aggressiva”, viene sostanzialmente fatto passare sotto silenzio. Ma come fare quando mancano i presupposti necessari a qualsiasi consuntivo, non essendo alle spalle esistita alcuna politica del verde - visto come fastidio da eliminare con l’ausilio di ditte esterne -, né di conseguenza alcuna contabilità dello stesso?

E infatti, quel che ci troviamo davanti nei 5 minuti necessari alla lettura è pressappoco questo: Mancanza di qualsivoglia specifico richiamo a disposizioni normative; Totale assenza di dati analitici, cosa che per un bilancio è strana. D’altronde, mancando un previo censimento degli alberi, procedere a conteggi e raffronti è impossibile. E infatti, ci si limita a sommari cenni di strade e delle specie in esse presenti - senza numeri, se non quelli di carattere complessivo, di facile individuazione - e a dichiarazioni d’intenti.
Mancano indicazioni che vadano al di là del paradosso e dell’approssimazione riguardo gli alberi piantati, quelli rimossi e gli interventi eseguiti. A tal proposito, leggere che “la Villa Comunale è stata arricchita da centinaia di arbusti a fiore, nuove siepi e fioriture stagionali”, dopo lo sfregio a puntate inflitto allo straordinario progetto di architettura paesaggistica di Alfredo Denhardt (1879), oppure che le alberature poste sui marciapiedi “rappresentano un notevole polmone verde per i cittadini e si integrano perfettamente nel tessuto storico-urbanistico della Città essendo state poste in opera da oltre cinquant’anni”, alla luce del tentativo di distruggere la più bella alberatura della città (ossia i 320 pini di viale degli Atlantici, via Pacevecchia e via Fratelli Rosselli, coi 12 esemplari sommariamente eliminati nel 2019 a mo’ di antipasto, per i quali al momento risultano indagati agrotecnico comunale e dirigente dell’epoca), suona davvero come una presa in giro.

Inutile dire che manca il censimento degli alberi monumentali, siano essi tali per dimensioni, rarità della specie o legame con monumenti, luoghi e avvenimenti storici. Ma è evidente che tale calcolo non sarebbe funzionale a pratiche distruttive.

Assente qualunque accenno al numero di bambini nati e adottati nel corso dell’amministrazione, a cui la legge 10/2013 in un’ottica compensativa connette l’obbligo di piantare equivalente numero di alberi. Sorvoliamo per carità di patria sull’irrintracciabilità dei famosi 300.000 annunciati in pompa magna nel 2018, per i quali d’altra parte sarebbe occorso un terreno di piantumazione pari a 857 campi di calcio.

Insomma, il Bilancio Arboreo sarebbe un documento fondamentale, in cui trova piena sostanza la ratio di una legge finalizzata alla salvaguardia e all’accrescimento delle aree verdi per il loro potere di mitigazione e argine ai cambiamenti climatici, in linea col Protocollo di Kyoto.

Parliamo di tematiche essenziali per la sopravvivenza, ormai centrali nell’agenda politica internazionale. Ma il Comune di Benevento che fa? Pensa ai pini - agognando il giorno in cui potrà farli fuori - e partorisce un atto raffazzonato, da landa dimenticata dell’impero, in cui non è citata alcuna norma di legge. In pratica, un compitino immeritevole finanche del “sei politico”!

Un bilancio offensivo dell’intelligenza dei beneventani, ma in linea con l’inconsistenza della politica ambientale e del verde di un’amministrazione che ha fatto della motosega il suo vessillo”.