La Candidatura a Capitale Cultura ha sottratto la Valle Caudina ai giorni tristi

La riflessione di Mario Tirino sul tema

la candidatura a capitale cultura ha sottratto la valle caudina ai giorni tristi
Benevento.  

«Esiste solo ciò che è stato immaginato!». Perché la Candidatura a Capitale della Cultura ha sottratto la Valle Caudina ai giorni tristi. Così Mario Tirino (Professore Associato di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi, Università degli Studi di Salerno e Membro del Comitato Scientifico della Candidatura della Città Caudina a Capitale Italiana della Cultura 2028) riassume l'intervento, che pubblichiamo di seguito, sul tema della candidatura della Città Caudina a Capitale Italiana della Cultura 2028.

"Lo scorso 20 gennaio sono stati resi noti gli esiti della selezione delle città italiane candidate a Capitale della Cultura 2028. Com’è noto, la Città Caudina non è rientrata tra le 10 finaliste. Non è mia intenzione entrare nel merito delle ragioni di questo risultato, ma credo sia necessario fare chiarezza su due processi fondamentali legati a questa esperienza progettuale, umana e anche istituzionale.
Da un lato, notando moltissima confusione (in alcuni casi genuina, in altri artatamente alimentata) in proposito, è necessario chiarire le finalità e gli obiettivi della candidatura. Dall’altro, è irrinunciabile ragionare su cosa essa abbia portato e cosa possa rappresentare per il futuro di questa martoriata terra.
Partiamo dal primo punto. Gli obiettivi della candidatura, pubblicamente ribaditi più volte dai progettisti e dai rappresentanti dei 14 Comuni, erano chiari: 1) immaginare un futuro di rigenerazione dell’intero comprensorio caudino, attraverso politiche culturali costruite dal basso con il coinvolgimento delle associazioni, della società civile e delle istituzioni locali; 2) ripensare i percorsi di sviluppo del territorio: non più inseguire modelli capitalisti e urbanocentrici, fondati sulla bieca commercializzazione delle nostre ricchezze, ma proporre un’idea ambiziosa di crescita a partire dal concetto di «ruralità» (ci tornerò dopo); 3) attivare un circuito virtuoso nella classe politica locale, spingendo le istituzioni a concepire la cultura come una reale infrastruttura di welfare, in grado di valorizzare, fertilizzare e far proliferare conoscenze, competenze e progetti messi in rete.

Se non si comprendono queste finalità, ogni ulteriore commento risulta vano. Come ho avuto modo di spiegare nel mio breve intervento nel corso della presentazione della candidatura al Museo Archeologico del Sannio Caudino di Montesarchio, il 4 ottobre 2025, se volessimo semplificare tutte le finalità di questo percorso, potremmo indicarne una sola: attivare un circuito virtuoso di immaginazione del futuro, sulle cui radici innestare un progetto collettivo in cui coinvolgere quante più energie possibili.
Ma andiamo al secondo punto. Cosa resta di questa esperienza? Molto. Innanzitutto, un percorso durato diversi mesi ha consentito di parlare delle potenzialità artistiche, storiche, paesaggistiche della Valle Caudina al di fuori degli angusti confini delle nostre terre. In secondo luogo, un gruppo non piccolo di soggetti si è sentito coinvolto nella sfida di reagire alla tristezza di un territorio da decenni abbandonato a sé stesso. In terzo luogo, il report della candidatura è un bene immateriale, scalabile e riutilizzabile per ulteriori bandi e opportunità. Si tratta, in altri termini, di un lavoro serio, scientificamente fondato, costruito collettivamente e su cui è possibile tornare per adattamenti, miglioramenti, integrazioni. Un bene che andrà ulteriormente reso fruibile, certamente, e su cui sarà fondamentale continuare ad attrarre il maggior numero possibile di attori: progettisti, urbanisti, studiosi, operatori culturali, manager della cultura, imprenditori illuminati, giornalisti, comunicatori, politici, funzionari, tecnici, educatori, artisti. È altresì necessario espandere il nucleo di caudini, rimasti qui a lottare o emigrati per scelta o per necessità, che abbiano a cuore l’immenso valore dell’immaginazione, della speranza, della progettualità.

Ogni progetto è un processo. Questa è la ragione per cui ragionare in termini di vittoria o di sconfitta, per un’esperienza che, sin dall’inizio, è stata costruita su tempi lunghi, ben consapevoli dello stato di partenza, non è solo sbagliato. È intellettualmente disonesto. Senza voler qui imbastire una polemica con i detrattori e tantomeno con quanti si sono pronunciati vigliaccamente soltanto dopo la comunicazione degli esiti selezione ministeriale, con un livore e una pochezza che ben poca attenzione meriterebbero, credo sia però importante chiarire a chi è in buona fede la reale portata delle principali questioni critiche avanzate.
Prima, ricorrente, accusa lanciata alla candidatura: come si poteva pensare che fosse credibile una candidatura proveniente da un territorio, privo di infrastrutture vitali (autostrade, ferrovie, ecc.), povero di servizi e sostanzialmente depresso dal punto di vista economico e sociale? Si tratta di una variante del «benaltrismo», che tanti progetti ha affossato nel Sannio, in Campania, nel Sud Italia. Questa prospettiva appare talmente debole che basterebbe ribaltarla per smontarla: perché è proprio nei territori dove manca tutto, che si ha più bisogno di pensare alla cultura come il motore di un futuro diverso! Inoltre - anche qui cerco necessariamente di semplificare - questa critica, invero piuttosto ingenua e volgare, si basa su un errore concettuale di base, ovvero confondere due piani, quello della progettazione culturale e quello dell’azione politica. Puntare sulla candidatura significa esattamente mostrare una traiettoria di sviluppo innovativa (piano della progettazione e dell’azione a base culturale), non ignorando le ataviche debolezze del comprensorio, ma invece stimolando le istituzioni a investire concretamente in quei piani di sviluppo comunali e sovracomunali (Unione dei Comuni, Province di Benevento e Avellino, Regione Campania) finora deboli o assenti (piano della progettazione politica e istituzionale). In altri termini, la Candidatura non serviva a risolvere problemi decennali (come avrebbe potuto?), ma ad attivare orgoglio, consapevolezze e unità in quei soggetti istituzionali che dovrebbero sfruttare ogni possibile gancio per rimettere mano a una corposa mole di problemi, finalmente muovendosi congiuntamente per definire soluzioni urgenti e non rinviabili ulteriormente. Se è possibile ripensare il rilancio della Valle sulla base di una sfida che parta dalla cultura, e non più dai vecchi modelli industriali, che tante macerie economiche e sociali hanno lasciato dietro sé, allora è anche possibile superare campanilismi e gelosie per agire unitariamente e rivendicare sacrosanti diritti, attenzioni e soprattutto risorse.

Una seconda critica, altrettanto volgare, ha coinvolto la qualità della proposta progettuale, spesso oggetto di infamie, da parte di soggetti privi della minima conoscenza di come funzioni la progettazione culturale. Per esigenze di chiarezza, cerchiamo di fare piazza pulita di voci subdole e di bassa lega (peraltro, avanzate spesso per invidie e manie di grandezza fuori tempo massimo, da soggetti che dello sciupìo di fondi pubblici hanno abbondamente beneficiato senza produrre nulla per il territorio): 1) il budget investito dai Comuni dell’Unione è di gran lunga il più basso tra tutti quelli investiti dalle città candidate. Fa specie, peraltro, scoprire come professionisti stimabili ignorino che la progettazione della candidatura è sempre finanziata da fondi pubblici; 2) i curricula dei progettisti e della società coinvolta (Marchingegno) sono di assoluto prestigio, rinvigoriti da multiple e verificabili esperienze sul piano nazionale e internazionale – basterebbe leggere i documenti o, ancor più banalmente, avere memoria di quello che Leandro Pisano e Giacomo Porrino hanno realizzato nel corso degli anni per la promozione e la produzione culturale in Valle Caudina per evitarsi figuracce pubbliche; 3) la ridicola osservazione per cui è stato un grave errore aver presentato due candidature nella stessa provincia  - quella del capoluogo e quella della Città Caudina – è ancora una volta basata su un atto di disonestà intellettuale: ignorare che si tratta di proposte radicalmente diverse, l’una basata sulla valorizzazione di ciò che c’è (il patrimonio materiale e immateriale della città di Benevento), l’altra basata sull’immaginazione di una nuova città che faccia del margine – è questo il significato della «ruralità», non quello «tradizionale» del termine (e dire che non ci voleva tanto a capirlo…) – la prospettiva originale da cui pensare nuovi modi di creare e ri-creare la città diffusa caudina.

È stata dunque un’operazione velleitaria la costruzione di questa candidatura? Si deve tornare ora a metodi tradizionali per curare il patrimonio culturale (quei metodi e quelle pratiche rivelatisi più volte deleteri e fallimentari?), senza pensare a sfide ben più alte, coinvolgenti, coraggiose? A nostro avviso, è l’esatto contrario. Questa candidatura, per un po’ di tempo, ha avuto il merito di sottrarre la Valle Caudina a un destino già scritto, fatto di giorni tristi, rassegnazione, articolati lamenti, micragnose invidie tra paesani, compiacimento del declino, risibili nostalgie di «bei tempi» mai esistiti. Il valore incommensurabile di questo processo – processo, ribadisco, processo! – è aver aperto una strada all’immaginazione. Il grande filosofo e sociologo francese di origini greche Cornelius Castoriadis ci ha insegnato che ciò che esiste esiste solo perché qualcuno prima di noi lo ha immaginato. Certamente, si può, si deve fare di meglio e di più: allargare la base delle persone coinvolte, costruire dispositivi (la Casa Caudina della Cultura? Il Cantiere della Città Caudina?) per non disperdere la mole di idee e suggestioni prodotte e reinvestirle in nuove progettualità, discutere con gli indecisi, educare i giovani a impegnarsi ancora di più e ancora più da protagonisti. Ma certamente una luce si è accesa. E nel deserto buio in cui decenni di mala amministrazione locale, provinciale e regionale ci hanno gettati, a me continua a sembrare un successo inimmaginabile fino a pochi mesi fa. Sta a noi, donne e uomini che credono nella Cultura, non farla spegnere sotto i colpi di atavici oscurantismi e orribili operazioni para-diffamatorie".