Può sembrare uno spazio angusto rispetto ai grandi problemi della vita - e sono tanti - ma il calcio, una squadra, di una metropoli o di una provincia racconta di vite, sogni, famiglie, figli, orari, passioni, ma anche studio, meticolosità, equilibrio, buonsenso. Insomma, l'insieme di cose che compone le individualità come le relazioni.
Vorrei potesse durare per sempre: l'odore del prato, la festa per una promozione, quando la squadra si è stretta, unita in una vittoria, ma ancora di più in una sconfitta. Non so se riesco a interpretare ogni gesto, ogni speranza, ogni delusione, ogni felicità, ogni pianto o ogni scherzo infantile, ogni pausa e ogni attesa, dal di dentro di un team. Il peso e il contrappeso di un allenatore e del suo staff, il valore di un direttore sportivo o quello di un team manager.
Ma una cosa che sono certo di sapere è quanto vale un presidente. Confesso che non ne avevo alcuna idea prima di incontrare Oreste Vigorito. Eppure ne avevo conosciuto qualcuno: Corrado Ferlaino e Aurelio De Laurentiis su tutti, diversissimi tra loro, ma anche il fugace Toto Naldi e l'ambiguo (per essere buoni) Giorgio Corbelli. Alcuni memorabili, altri meno. Ma Oreste Vigorito è diverso: il calcio, il Benevento Calcio è la sua passione, il suo giorno di libertà, il suo unico modo di creare in uno spogliatoio o su un campo la sua visione dello sport e della vita. All'unisono.
Comunione di veri intenti, lealtà a oltranza, giovinezza a profusione. Immaginate un padre di 30 figli - poco meno o poco più - che li ama e li coltiva come fossero suoi. Che li paghi non conta: del resto non lo facciamo anche con i nostri di figli? E a volte in cambio di molte meno soddisfazioni. Certo non sono mancante le delusioni, perfino i tradimenti. Ma anche qua è la vita che impera, nelle buone come nelle cattive indoli. E per qualche figliuol prodigo - potete contarci - è giunto pure il perdono.
Oreste Vigorito ha costruito la sua ultima ciurma con dedizione e pazienza, ha preso un nostromo raffinato e un capitano giovane e ambizioso (trovato in mezzo al mare stagnante). Ed è andato. Ha attraversato il mare periglioso di un intero campionato di C e lo ha vinto. Ha portato per primo la nave in porto, come si fa con una donna che si ama all'altare. Ero presente quando con la sua giubba rossa è salito a prua, ha abbracciato i suoi marinai, ha scrutato l'orizzonte, in cerca di nuove sfide, di ardite mete. Io sono rimasto sul molo, ben sapendo che il suo credo vedeva quello che io non potevo. Eppure. Già eppure.
Non mi sono mai sentito così vicino a lui come in quel momento. Non ostacolo, non zavorra. Per mare non si usa. Si va. Esistono le onde, non le direzioni. Se potessi appropriarmi di una audace metafora, piuttosto mi è sembrato di essere un delfino, di quelli che scortano la barca, riconoscendo la incompresa rotta e condividendo per un po' i nodi che si susseguono a sfioro sull'acqua. Sciogliendoli, come enigmi. Per inseguire mete che, prossime o remote che siano, ci avrebbero in qualche modo - come sempre - ricongiunto.
