Quei destini incrociati del giudice e del killer

Un imprenditore e i suoi fallimenti, una toga e la sua intransigenza

Benevento.  

Da un lato un imprenditore, Claudio Giardiello, imputato nel processo della Immobiliare Magenta srl, di cui era socio di maggioranza. Un fallimento nel 2008 ed un altro nel 2012. Un carattere «ingestibile, paranoide perché pensava che tutti volessero fregarlo», come ha riferito il suo ex avvocato, che per questo motivo ha rinunciato al mandato.

Dall’altro un giudice, Fernando Ciampi, in servizio presso la seconda sezione civile del Tribunale di Milano, ad occuparsi di fallimenti. Fama di «giudice integerrimo», è anche stato autore di varie pubblicazioni di diritto societario.

Il primo nato a Benevento, ma emigrato insieme a tutta la famiglia (padre, madre e quattro fratelli) in Lombardia. Il secondo nativo di Fontanarosa, dove tornava con cadenza regolare per ritrovare familiari e conoscenti. Perché «il giudice», come lo chiamavano tutti in paese, alla sua terra d’origine era molto legato. Due persone diverse, i cui destini si sono incrociati in un’udienza fallimentare - come tante, purtroppo, in quest’Italia di crisi - al Tribunale di Milano.

Alla quale però Giardiello si è presentato armato di pistola. Che ha utilizzato per sparare all’impazzata. Freddando senza pietà Ciampi nella sua stanza. Nel suo raptus ha trascinato con sé anche altre due vittime: l’avvocato Lorenzo Alberto Claris Appiani e Giorgio Erba, coimputato di Giardiello assieme a Davide Limongelli, rimasto invece ferito. Una scia di morte che segue quella della disperazione per una serie di difficoltà finanziarie e fallimenti societari che deve aver fatto scattare qualcosa nella mente del 57enne originario di Benevento.

Il tentativo di fuga disperata a bordo di un maxi scooter, il fermo in un centro commerciale a Vimercate. L’interrogatorio, durante il quale Giardiello si è sentito male ed è stato soccorso da un’ambulanza. Lo sgomento del personale del Palazzo di giustizia lombardo, la paura dei testimoni che hanno assistito alla scena e udito le urla e gli spari, i dubbi su come sia possibile - nell’ex capitale morale d’Italia prossima ad ospitare un evento di portata mondiale come l’Expo - entrare in un Tribunale armato di pistola.

Destini beffardamente intrecciati di due figli delle zone interne del Sannio e dell’Irpinia, così all’apparenza lontani e diventati - tragicamente - così vicini. In un’aula di giustizia milanese.

Giovanbattista Lanzilli