Commercialisti, titolari e dipendenti di aziende ed imprese, intermediari. Più figure impegnate in un unico 'giro': quello dei certificati Soa. Il passepartout per la partecipazione alle gare pubbliche, vietata a chi ne è sprovvisto. Da ottenere, dunque, ad ogni costo. Attestazioni vitali per la prosecuzione del proprio lavoro, conseguite con metodi illegali secondo quanto racconta un'inchiesta della Procura di Roma.
Cinquantuno le persone che compaiono nell'avviso di conclusione dell'attività investigativa della guardia di finanza, un terzo delle quali – diciassette – disseminate tra Benevento, Buonalbergo, Fragneto Monforte, San Lorenzo Maggiore, Apice, Paduli, Airola, Fragneto l'Abate e San leucio del Sannio. Le altre trentaquattro risiedono per la stragrande maggioranza nella Capitale e nel Lazio, il resto tra le province di Napoli, Avellino e Caserta. Associazione per delinquere, falso e corruzione le ipotesi di reato contestate a vario titolo per fatti che si sarebbero verificati a Roma e a Benevento tra l'estate 2010 e la fine del 2014.
Il punto di partenza della ricostruzione degli inquirenti è una società di certificazione che, avendo clienti che necessitavano dell'attestazione di qualificazione, senza essere in possesso dei requisiti di legge, avrebbe provveduto a ricercare sul mercato rami di azienda di società già titolari della stessa certificazione o comunque con le carte in regola per acquisirla. E' questa la fase in cui sarebbero stati direttamente contattati i periti che avrebbero dovuto valutare i requisiti da cedere e, in alcuni casi, predisporre le perizie.
L'impianto accusatorio verte sulla convinzione che le società acquirenti, in realtà, sarebbero rimaste prive dei requisiti oggettivi previsti dalla norma perchè con l'acquisto dei rami aziendali avrebbero acquisito i requisiti di natura meramente cartolare. Per ogni singola cessione sarebbe infatti avvenuto il trasferimento di un bene definito impropriamente avviamento e/o know.how (ma privo, a detta della Procura, di reale contenuto) e di meri valori di bilancio e/o attrezzature non idonee per l'attività esercitata, riferibili ai requisiti economici e tecnici necessari, ma senza l'effettiva acquisizione di personale specializzato e di beni materiali e immateriali, funzionalmente organizzati e idonei per l'esercizio di un ramo d'azienda.
In questo modo sarebbero state conseguite le attestazioni, per il cui rilascio il prezzo pagato dal cessionario alla società – da 5 a 20mila euro - avrebbe rappresentato, di fatto, il prezzo della presunta corruzione associata alla violazione dei doveri d'ufficio. Infine, sarebbero state costituite apposite imprese con lo scopo di ricavare ulteriori proventi dalle operazioni di cessioni sotto forma di consulenza alle imprese cessionarie.
Questo il quadro che sarebbe emerso dall'inchiesta, ora, come detto, terminata. Per gli indagati, difesi, tra gli altri, dagli avvocati Salvino Mondello, Vincenzo Sguera, Nino Lombardi, Angelo Leone, Roberto Prozzo, Luca Cavuoto, Isabella Severi, Antonio Monaco, Egidio Palermo, Antonella Mormino e Valeria Marsano, venti giorni a disposizione per chiedere di essere interrogati o produrre memorie; poi il Pm deciderà sulle richieste di rinvio a giudizio.
Esp
