Venticinque anni, cinque in meno di quelli proposti dal pm Miriam Lapalorcia. Li ha inflitti la Corte di Assise (presidente Fallarino, a latere Rotili più la giuria popolare) a Paolo Messina 35 anni, di Benevento, imprenditore termoidraulico, per il delitto, peraltro confessato, di Antonello Rosiello, 41 anni, anch'egli della città, imprenditore nel settore della pasta, ammazzato a colpi di pistola in via Pisacane, al rione Libertà, nelle prime ore del 25 novembre 2013.
I giudici hanno stabilito che si è trattato di omicidio volontario e non di legittima difesa, la tesi per la quale si era spesa la difesa. Messina è stato anche condannato al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, in favore delle parti civili, e al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva in favore delle stesse. In particolare, 50mila euro a testa alla moglie e al figlio di Rosiello, 25mila euro ciascuno per i tre fratelli e la madre.
Prima che la Corte si ritirasse in camera di consiglio, gli interventi degli avvocati Vincenzo Regardi e Vincenzo Sguera, due dei tre legali di parte civile (l'altro, Massimiliano Cornacchine, aveva discusso nella precedente udienza). Il primo aveva definito “granitica” la ricostruzione del Pm, precisando che, “nel caso in cui fosse stata ravvisata la premeditazione, nonostante la mancata contestazione, tutto ciò non avrebbe comportato una diversità del fatto”. Mentre il suo collega aveva espresso “l'attesa di una intera città per una sentenza su una vicenda segnata da un errore della Procura che ha consentito all'imputato di tornare in libertà”.
Poi l'arringa dell'avvocato Angelo Leone, che l'aveva conclusa sostenendo la legittima difesa e chiedendo, dunque, l'assoluzione di Messina. Epilogo di un ragionamento andato avanti per oltre due ore e mezza, tutto puntato a smontare l'impianto accusatorio. Iniziando dal movente: “E' pura fantasia pensare che sia stato il denaro, quei 42mila euro che il mio assistito aveva prestato al suo migliore amico”.
Leone aveva bollato come “storiella” la ricostruzione del Pm, con l'obiettivo di dimostrare “l'assenza di qualsiasi elemento logico che contrasti con la versione di Messina”. Unica eccezione, la consulenza medico - legale della dottoressa Monica Fonzo, che aveva curato l'autopsia. “Un lavoro con numerosissime carenze che ha provocato danni all'accertamento della verità”.
Nel mirino sono finiti il mancato rispetto delle procedure standard previste per le autopsie da un protocollo nazionale, le valutazioni su traiettorie e fori di entrata ed uscita dei colpi di pistola che avevano trafitto Messina. Due colpi esplosi alle spalle da 8, 10 metri? “E' impossibile”, aveva affermato il difensore. Munito, per l'occasione, di una rullina metrica con la quale, per evidenziare ogni possibile incongruenza, aveva indicato le altezze dalle quali quei proiettili erano stato esplosi. “Rosiello impugnava una pistola calibro 9X21:anche se non abbiamo la prova, era contenuta nella valigetta che quella notte, quando Messina era andato a prenderlo a casa, in auto, perchè lo aiutasse rispetto ad un guaio ( un tentativo di estorsione), si era portato dietro. I due si fronteggiavano, Messina ha fatto fuoco perchè era l'unica possibilità che aveva per evitare di morire. Rosiello gli aveva puntato l'arma alla fronte, poi gli aveva rifilato un manrovescio...”. Ecco perchè, aveva detto Messina”, “mi sono chinato ed accovacciato, girandogli intorno, quindi ho tirato fuori la pistola che avevo nel marsupio a tracolla ed ho sparato... Ero di lato a lui, all'altezza del fianco sinistro..”. Tutto in 2 minuti e 46 secondi, quelli trascorsi dal momento in cui le telecamere di piazzale Santa Colomba avevano registrato il passaggio della macchina in direzione di via Pisacane e viceversa. “Non mi sembra così poco tempo”, aveva affermato Leone dopo essere rimasto in silenzio per lo stesso periodo.
Un coupe de theatre ritenuto funzionale all'opera di demolizione delle argomentazioni della Procura rispetto ad un “evento drammatico ma inaspettato, in cui i comportamenti non possono essere analizzati al caldo di un ufficio, comodamente seduti ad una scrivania”, aveva aggiunto. Un passaggio propedeutico all'illustrazione delle condotte successive, “all'insegna della paura che aveva assalito il mio assistito. Che aveva pulito le due pistole, anche quella di Rosiello, poi lasciata in macchina, e nascosto nel giardino della sua abitazione quella con cui aveva ucciso”. Oltre a bruciare gli abiti e la valigetta.
Insomma, nessuna premeditazione, ma solo “legittima difesa da un'aggressione compiuta dalla vittima”. Parole alle quali avevano replicato, per rintuzzarne la valenza, la dottoressa Lapalorcia e l'avvocato Regardi. Poi la sentenza. Erano le 18.36. Messina non era in aula, i familiari di Rosiello sì.
Esp
