Ha affidato la 'sua verità' a tre ore e mezza di interrogatorio. Un lasso di tempo che Paolo Di Donato, 48 anni, di Sant'Agata dei Goti, una delle cinque persone spedite agli arresti domiciliari nell'inchiesta sulla gestione di alcuni centri per migranti, ha impiegato per rintuzzare gli addebiti. Lo ha fatto alla presenza degli avvocati Nazzareno Fiorenza e Pietro Farina, al cospetto del gip Gelsomina Palmieri, che ha firmato l'ordinanza di custodia cautelare, e del procuratore aggiunto Giovanni Conzo e del sostituto Patrizia Filomena Rosa.
Domande e risposte che a tratti sono state accompagnate dalla concitazione e dall'innalzamento del tono delle voci. Di Donato ha chiarito il suo ruolo nel Consorzio Maleventum tra il 2015 ed il 2016, il periodo al quale fanno riferimento i fatti contestati. Ha precisato che all'epoca era un dirigente assunto dal Consorzio – in quegli anni ne facevano parte quindici strutture, ciascuna con un responsabile - che si occupava dei rapporti con la Prefettura per ciò che riguardava il prelievo dei cittadini stranieri al porto di Napoli, l'espletamento di tutte le procedure e la loro collocazione nei diversi centri. Centri sui quali esercitava l'attività di controllo una Commissione provinciale composta da più organismi dello Stato; a cominciare dalla Prefettura, rappresentata nel 2015 da una funzionaria poi sostituita nel 2016, dopo il suo trasferimento, dal vicario Giuseppe Canale – indagato a piede libero – e da Felice Panzone, 58 anni, di Montecalvo Irpino, funzionario della Prefettura, dal 2017 non più in servizio a Benevento, anch'egli colpito dal provvedimento restrittivo, che, a detta di Donato, non svolgeva alcun compito specifico in materia di controlli.
Quanto alle somme incassate nonostante l'assenza degli ospiti, quantificate in poche migliaia di euro, Di Donato le ha giustificate con errori compiuti dai responsabili delle strutture, sottolineando che per il 2016 le assenze registrate erano costate circa 300mila euro in meno di introiti. Rispetto ai rapporti con Giuseppe Pavone, 53 anni, di Benevento, ha rimarcato di aver presentato presso il competente ufficio della Procura, dove lavorava Pavone, una richiesta ai sensi dell'articolo 335 (per conoscere eventuali iscrizioni nel registro degli indagati) e di aver avuto oralmente informazioni, poi successivamente formalizzate dopo il via libera del Pm, sull'esistenza di un procedimento che interessava sia lui, sia altri. Tra loro Salvatore Ruta, 58 anni, di Airola, carabiniere in forza alla Compagnia di Montesarchio, che – ha concluso Di Donato - lui aveva avvertito, e che a sua volta si sarebbe attivato per capire perchè mai fosse finito nel mirino. Al termine, i legali di Di Donato hanno chiesto la revoca o l'attenuazione della misura nei confronti del loro assistito.
Ha respinto ogni addebito anche Pavone (avvocati Luca Guerra e Giovanni Procaccini), per il quale è prospettata una truffa in materia di permessi di lavoro in base alla legge 104. Il capitolo delle presunte rivelazioni di segreto d'ufficio è stato infatti trasferito per competenza alla Procura di Napoli.
Infine, rinviati a mercoledì gli interrogatori di Panzone (avvocato Alessio Lazazzera), Ruta (avvocato Vittorio Fucci) e di Angelo Collarile (avvocato Antonio Verde), 46 anni, di Benevento, gestore di fatto di una struttura di accoglienza.
Esp
