Come se il groviglio di misteri di una singola esistenza potesse essere sbrogliato dalla mera elencazione di precedenti giudiziari, vecchi e recenti, al massimo utili a riempire bacheche virtuali, di carta e televisive; come se la vita di ciascuno di noi fosse soltanto la somma di possibili disavventure giudiziarie da appiccicare a tutti i costi, come bollino della vergogna imperitura, nella ricerca affannosa di una spiegazione, che non può esserci, di un gesto terribile. Come se pulsioni, sentimenti e sensibilità non facessero parte del bagaglio individuale, e si tentasse di omologarli, di codificarli in blocco, banalizzandoli con il ridicolo richiamo ad una denuncia e ad una storia passata.
Chissenefrega delle fragilità e delle reazioni che determinano, dei disagi che ci si trascina dietro per anni, del rispetto per una persona che non c'è più. Rispetto: quello che dovremmo nutrire di fronte ad un corpo nascosto da un telo. Rispetto per tutti coloro, anche quelli che ci sembrano i peggiori, dei quali ci occupiamo quotidianamente nel nostro mestiere. E che, a differenza di chi non c'è più, possono difendersi, incrociare le proprie argomentazioni con quanti li accusano e, come noi, ne scrivono.
Chi ha deciso di farla finita, non può invece più farlo direttamente. Non può raccontare, come conseguenza di una scelta tragica, cosa lo tormentasse a tal punto da spingerlo a chiudere i conti definitivamente, a lasciarsi alle spalle la lunghissima scia di dolore dei familiari, dei figli. Serve rispetto, servono meno inchini ed ossequi ai potenti di turno di cui conosciamo anche il rumore dei ruttini, ma di cui stiamo attenti a non urtare la suscettibilità. Serve rispetto, per tutti. Evitando di mostrare il coraggio dei conigli soltanto quando, dall'altra parte, c'è una vita spezzata.
Esp
