di Federico Festa
“Siamo di fronte ad un'aberrazione giuridica. Immaginare lo stop alla prescrizione significa sovvertire le regole sulle quali è stato costruito l'impianto del processo penale: regole che valgono per tutti e la ragionevole durata ne è uno dei pilastri. Perché inchioda al rispetto di un principio: la presunzione d'innocenza di ognuno”.
Monica Del Grosso, presidente della Camera penale di Benevento, è perentoria. Si schiera contro la riforma della prescrizione proposta dal ministro di Grazia e Giustizia, Bonafede, rispondendo alla chiamata alle armi con un'assemblea “aperta” organizzata per spiegare le ragioni dello sciopero dei penalisti in tutto il paese.
Nell'aula al primo piano del palazzo di Giustizia il confronto è stato tecnico ma animato dalla necessità di fare argine, come categoria e come cittadini. Mentre il segretario della Camera penale Domenico Russo ha parlato di "colpo di mano garantendo che gli avvocati non staranno in silenzio per evitare l'ennesima strage di diritto", la presidente Del Grosso ha fornito un dato e offerto una chiave di lettura: “Un ministro all'oscuro del fatto che il 75 per cento dei processi si prescrive perché non vengono chiuse le indagini preliminari proprio non può permettersi di attaccare gli avvocati accusandoli di utilizzare artifici procedurali per garantire l'impunità ai loro assistiti”.
Della necessità di procedere “facendo fronte comune” ha parlato Alberto Mazzeo, presidente dell'Ordine degli Avvocati di Benevento: “Solleciteremo i nostri colleghi in parlamento affinché, in qualità di iscritti ai rispettivi Ordini, fermino il fango e le parole di disprezzo che in questi giorni si stanno levando contro l'avvocatura. Passeremo al setaccio tutti i deliberati del Governo per scoprire se ci sono i presupposti per procedere a nostra tutela”.
La professoressa Katia La Regina, associata di procedura penale presso l'Università Giustino Fortunato, ha preso spunto dalle parole (poche e confuse) che il ministro Bonafede ha utilizzato sul proprio blog per sostenere le ragioni della riforma: fare in modo che gli stupratori non se la cavino e che i reati finiscano a tarallucci e vino. “Un Ministro prima di parlare dovrebbe sempre ricordare che rappresenta una istituzione”, ha esordito la professoressa La Regina. “La pochezza dei concetti rivela l'approssimazione con la quale ci si è accostati a questa delicatissima materia. La prescrizione non è affatto la garanzia di impunità per gli imputati ma il baluardo di un principio giuridico scritto nella Costituzione. Un processo senza tempi certi sbiadisce la necessità della sanzione”, ha spiegato la professoressa dell'UniFortunato, “rende quasi impossibile la ricostruzione dei fatti e soprattutto va a minare la necessità di rieducazione che è alla base dell'erogazione della pena di cui lo Stato si fa carico. Per questo, a difesa di questi concetti, la prescrizione è una delle note costantemente presenti su ogni fascicolo processuale: è un pungolo per il pm e un costante richiamo all'attenzione da parte del giudice. La sospensione della prescrizione in tal senso sarebbe un pericoloso ritorno alla presunzione di colpevolezza, allo Stato inquisitorio che ci siamo con fatica lasciati alle spalle. Il governo, di fronte al problema”, ha concluso Katia La Regina, “ha deciso di intervenire sui sintomi e non sulle cause. Andrebbe disegnato un diverso ruolo per il Gip, immaginando sanzioni per il pm in caso di inerzia accertata e soprattutto il Legislatore si dovrebbe preoccupare di limitare le circa 10mila fattispecie di reati penali che esistono in Italia, la vera causa di una massa spaventosa di procedimenti penali”.
Per la professoressa Antonella Marandola, ordinario di procedura penale presso l'Università del Sannio, l'annunciata riforma “è chiaramente viziata da aspetti di incostituzionalità. Ilo sospetto più che fondato è che con questa iniziativa si voglia limitare la possibilità di limitare il ricorso all'Appello. Il concetto di presunzione d'innocenza non si risolve con la condanna in primo grado: è un diritto che segue tutti e tre i gradi di giudizio. L'impugnazione non è un'arma in mano alla difesa ma la possibilità di fare chiarezza, fino in fondo, sulla correttezza del processo. Questa riforma risponde ad una esigenza giustizialista, dove non è più lo Stato a farsi carico dei reati ma si deve rispondere soltanto alle vittime, anche sacrificando le regole”.
Deciso l'intervento dell'avvocato Federico Paolucci: “Non ci può essere alcun dialogo con una classe politica costantemente impegnata nella propaganda e del tutto all'oscuro della Costituzione”.
Vincenzo Regardi, già presidente della Camera penale beneventana, ha parlato della necessità di “aprire un dialogo costante con la gente per spiegare fino in fondo i rischi che cela questa riforma. E' arrivato il momento di urlare contro il possibile ritorno ad un medioevo giudiziario”.
Di “cittadini sotto attacco” ha parlato l'avvocato Francesco Del Grosso, consigliere dell'Ordine. “L'approccio populista”, ha detto del Grosso, “è testimoniato dalla richiesta di pene più severe, di certezza della pena, dalla necessità di avere altre carceri mentre i tribunali cadono in rovina. Un arretramento culturale che fa guardare con sospetto i diritti di ognuno, come fossero sacrificabili, superflui”.
In sintonia l'avvocato Vincenzo Gallo, che ritiene la riforma “figlia dei due anni di costante campagna elettorale sui temi della sicurezza, una forma di politica a costo zero che preferisce trasformare ognuno di noi in imputati a vita. Senza la prescrizione nessun argine ci sarebbe alla fissazione dei processi, che potrebbero durare decenni, ignorando che di per sé il processo rappresenta già una pena cui una persona viene sottoposta. Immaginate un innocente sotto processo per venti anni prima di venire riconosciuto tale”.
L'avvocato Ettore Marcarelli, vicepresidente della Camera penale di Benevento, ha invitato tutti “a non abbassare la guardia nei confronti di un sistema malato, che sceglie di intervenire sulla prescrizione ignorando tutte le carenze strutturali che invece trasformano le aule di tribunale in posti invivibili”.
Per Nazzareno Lanni “la proposta di riforma della prescrizione non è frutto di ignoranza ma eterodiretta per rendere i cittadini sempre meno liberi, riportandoli alla condizione di sudditi”.
