"De Girolamo mi disse: Sei venuto a scusarti, risolviamo..."

Processo Asl, esame del dirigente Arnaldo Falato

Benevento.  

Un fiume in piena. Con una memoria di ferro, capace di ripescare ogni minimo elemento dagli angoli più reconditi del cassetto dei ricordi. Così è apparso, a chi lo ha ascoltato in aula, Arnaldo Falato, dirigente Asl, imputato (e parte offesa) nel processo sul filone politico dell'inchiesta sull'Asl, nel quale sono a giudizio anche Michele Rossi, ex direttore generale dell'Azienda sanitaria, l'allora parlamentare Nunzia De Girolamo, Felice Pisapia e Gelsomino Ventucci, ex direttori amministrativo e sanitario dell'Asl, Luigi Barone, Giacomo Papa, collaboratori di De Girolamo, il sindaco di Airola Michele Napoletano.

L'esame di Falato è andato avanti per un bel pezzo, occupato soltanto dalle risposte alle domande del pm Francesca Saccone (per quelle delle parti civili e della difesa se ne parlerà il 21 febbraio del prossimo anno), e scandito da qualche pizzico di teatralità esibito nel richiamo che ha fatto alle sue origini familiari, “alle tre lauree conseguite, ai 100 esami sostenuti, alle 100mila pagine studiate”.

Un racconto interrotto a tratti dai sorsi d'acqua da una minerale che si era portato dietro per l'occasione. Non era certo complicato immaginare che sarebbe rimasto a lungo su quella sedia dinanzi al Tribunale, che sarebbe servito del tempo per ripercorrere le vicende sulle quali era stato escusso due volte nel 2014.

Si parte dal 2010, dall'era del commissario Asl Enrico Di Salvo, dalla visita ricevuta da “Barone e Papa, referenti del Pdl, che – ha spiegato - con toni aggressivi mi dissero che a loro interessava, per un loro amico, privo della indispensabile specializzazione, l'incarico di primario di Radiologia, una delle due Unita complesse – l'altra era Pneumologia – che Di Salvo aveva deciso di demansionare dopo il pensionamento anticipato dei due responsabili”.

L'esperienza Di Salvo si chiude nel febbraio 2011, otto mesi più tardi – 3 ottobre – si insedia alla direzione generale Michele Rossi. “Ci conoscevamo, ero contento che fosse stato scelto lui, certo non immaginavo che la mia vita sarebbe stata distrutta, che sarei stato emarginato per anni, pagato per non fare alcunchè. Un periodo che ho impiegato per studiare il tango argentino, ma che è costato alla collettività 400mila euro”.

Le sorprese si erano materializzate alcuni giorni dopo, quandoha proseguito - “Rossi mi chiamò nella sua stanza e affermò che io, Pisapia e De Masi, al vertice del Provveditorato Asl, non avevamo il gradimento della politica, e che lui doveva mandarci via perchè eravamo della vecchia guardia mastelliana. Gli feci presente che ero iscritto al Pdl, che De Masi era del Pd e che Pisapia non sapeva neanche Mastella chi fosse...”.

La ricostruzione affronta il nodo della sospensione di quattro gare, tra cui quella del 118, stabilita da Rossi. “Lui mi disse che l'aveva chiesta a De Masi, e che quest'ultimo gli aveva replicato di non averne alcuna intenzione. De Masi mi riferì poi dei suoi scontri con Rossi, della disponibilità del manager ad accettare una richiesta di trasferimento ad altro incarico per motivi personali e familiari. Richiesta che De Masi aveva subito depositato”.

Falato ha poi affrontato il capitolo dei rapporti con De Girolamo. “L'ho incontrata tre volte: le prime due su suo invito, tra luglio ed agosto 2010, presso la segreteria del Pdl. Mi parlò dell'ospedale di Cerreto Sannita, mi chiese di tenerla informata...”.

Il terzo incontro risale invece al 6 aprile del 2012: “L'ho chiesto io – ha aggiunto – attraverso Fernando Errico, mio amico, perchè non ce la facevo più. Ci vedemmo a casa della deputata, c'erano anche Barone e Papa. De Girolamo precisò che era stata lei a proporre a Rossi di farmi fuori, e che adesso, visto che ero andato a chiedere scusa, bisognava smussare i contrasti e risolvere la situazione. Rossi? Totalmente succube della politica, del Pdl. Era eterodiretto da Barone”.

La conclusione: "Pisapia, nominato ad interim al posto di De Masi, mi confidò, a giugno, che stava registrando gli incontri perchè non ne poteva più".  Registrazioni che, al pari delle dichiarazioni rese da Pisapia agli inquirenti, rappresentano l'incipit dell'indagine sfociata nei rinvii a giudizio.

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