C'hanno sempre creduto. Con una ostinazione che ora è sfociata in conclusioni accolte dal sostituto procuratore Flavia Felaco, assente all'incontro con gli organi di informazione, e condivise dal gip Flavio Cusani. Gli agenti della terza sezione della Mobile non hanno mai smesso di cullare la speranza che un giorno l'omicidio di Cosimo Nizza, compiuto con modalità che a Benevento non si erano mai viste prima del 27 aprile 2009, sarebbe stato risolto.
L'hanno riportato alla luce, squarciando un mistero che durava da un decennio, ed evitando che un delitto che aveva fatto da spartiacque nella storia criminale del capoluogo, finisse nel buio degli archivi. L'hanno fatto riavvolgendo il nastro di un'inchiesta che, inizialmente diretta dalla Dda ed affidata ai carabinieri, non aveva sortito gli effetti sperati.
Lo start è un'indagine antidroga della stessa Mobile e della Direzione distrettuale antimafia partenopea. Siamo nel luglio 2018, Nicola Fallarino viene arrestato con altre persone perchè ritenuto al vertice di una presunta organizzazione dedita all'approvvigionamento ed allo spaccio degli stupefacenti.
Il “novum” che introducono gli investigatori è legato al nesso che individuano tra il contenuto di alcune intercettazioni ambientali operate in quell'inchiesta ed il delitto. E' una conversazione in un'auto a richiamare la loro attenzione. A parlare, nel febbraio 2014, è un parente di Nicola Fallarino, che riferisce ad un uomo quanto gli è stato raccontato dall'indagato in ordine all'omicidio.
A tutto ciò si aggiungono poi i dialoghi nella sala colloqui e in casa tra i familiari e il 35enne, che, preoccupato per i possibili sviluppi dell'indagine, avrebbe cercato di crearsi un alibi per il giorno del delitto, affermando di essere stato a pranzo e di aver consumato un aperitivo con due persone che non avrebbero però confermato la circostanza.
“Intuizioni”, quelle della Mobile, che “vengono prontamente valorizzate e sviluppate – scrive il Gip- dal Procuratore Policastro, dall'aggiunto Conzo e dal sostituto Felaco”, e conducono “a nuove e importanti acquisizioni probatorie, assolutamente riscontrate in ogni dettaglio”. Sono quelle tratte non solo dalle dichiarazioni, nel 2012, di una donna che all'epoca aveva visto transitare la moto con i due killer, ma anche e soprattutto da quelle, rilasciate tra la fine di dicembre 2018 e l'inizio del 2019, di un collaboratore di giustizia e di un detenuto.
Il primo, in particolare, sostiene di aver conosciuto nel 2017 Nicola Fallarino, mentre entrambi erano rinchiusi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, che gli avrebbe detto, per accreditarsi ai suoi occhi, di aver ucciso lui Nizza, fornendogli anche, come punto di riferimento rispetto all'abitazione della vittima, l'indicazione di una statua della Madonnina. E' lì, ad un passo dal teatro del delitto.
