Mani città, è poco dire che montagna ha partorito il topolino

Sei anni fa gli arresti, cadute le accuse più gravi nel processo su appalti del Comune

Benevento.  

Dire, come si fa sempre in questi casi, che la montagna ha partorito il topolino, è addirittura riduttivo. Perchè la sentenza pronunciata poco più di un'ora fa dal Tribunale di Benevento, con la condanna per abuso d'ufficio di quattro dei quaranta imputati, ha raso al suolo un impianto accusatorio che prometteva ferro, fuoco e fiamme.

Quando, nel gennaio di sei anni fa, quattro persone – Boccalone, Damiano, Cavaliere e Racioppi – erano finite in carcere, tre ai domiciliari – Capossela, Ciardiello e Tedesco- e per altre sette – Pepe, sindaco in carica, Lanzalone, La Peccerella, Pellegrino, Siciliano, Timossi e Angelo Diana – era stato disposto l'obbligo di dimora in un comune diverso da Benevento, l'opinione pubblica aveva pensato che fosse stato scoperchiato il pentolone del malaffare, dimenticando, complice anche una parte dell'informazione allenata a ritenere come sacrosanta verità gli elementi emersi dalle indagini preliminari, che ogni ipotesi di reato prospettata all'epoca – dalle più gravi alle meno problematiche – doveva poi essere confermata dal dibattimento, lì dove la prova si forma.

Tutto ciò, nel caso del processo che con la sua denominazione (Mani sulla città) richiamava affarismi e intrallazzi di ogni genere, non è avvenuto. Leggere che per gli addebiti di corruzione e concussione (entrambe anche nella versione elettorale) l'assoluzione è stata stabilita perchè il fatto non sussiste, equivale a dire che tutto ciò su cui era stata fondata la ricostruzione degli inquirenti, non esiste. Perchè non è mai esistito.

L'epilogo di questo pomeriggio si spiega anche con il ruolo nel quale sono precipitati alcuni testimoni chiave dell'accusa: ascoltati all'epoca come persone informate sui fatti, pur in presenza di una notizia di reato che avrebbe dovuto automaticamente cambiarne la qualità, sono stati convocati in aula e, sulle inevitabili eccezioni della difesa, hanno appreso di essere diventati indagati e, dunque, di potersene, come hanno fatto, restare in silenzio sulle circostanze che avevano raccontato in precedenza. Comunque lo si guardi, da qualunque punto di vista lo si commenti, un finale amaro: per chi ha investigato e, soprattutto, per chi ha subito l'onta della misura cautelare. Altro che topolino: un disastro.