Neonata gettata nel canalone: confermata condanna a 14 anni

Ribadita in appello la sentenza per omicidio a carico di una 45enne di Benevento

Benevento.  

La parola, ora, passa alla Cassazione. Perchè la Corte di assise di appello di Napoli, in linea con la richiesta del sostituto procuratore generale, ha confermato la condanna a 14 anni, per omicidio volontario, decisa dalla Corte di Assise di Benevento, il 22 giugno del 2015, per A.I., 45 anni, della città, riconosciuta colpevole di aver gettato in un canalone la bimba che aveva messo al mondo.

Disattese le sollecitazioni della difesa, rappresentata dall'avvocato Grazia Sparandeo, che, oltre alla rinnovazione del dibattimento con una perizia psichiatrica, avrebbe voluto l'assoluzione della propria assistita per la mancanza o l'insufficienza della prova rispetto al terribile gesto – il legame biologico era stato sancito dalla comparazione dei Dna curata dal professore Ciro Di Nunzio e poi ribadito dai professori Antonio Oliva e dalla dottoressa Laura Baldassarri, entrambi della Medicina legale della Cattolica di Roma, scelti dalla Corte di assise di Benevento- e, in subordine, la derubricazione dell'accusa di omicidio in quella di infanticidio, che sarebbe stata dichiarata prescritta.

Il dramma era stato infatti scoperto il 2 aprile del 2000 alla contrada Ripamorta di Benevento. Una domenica pomeriggio: il corpicino senza vita della piccola, alla quale prima della sepoltura era stato dato il nome di Angela Speranza, era su un gradone di cemento, dove era finito, impattando violentemente con il suolo, dopo un volo nel vuoto di dieci metri. Letale la frattura cranica subita dalla bimba, che aveva respirato quando era venuta alla luce. L’aveva certificato, eseguendo l'autopsia, il professore Fernando Panarese. Nessuna accidentalità, magari un colpo rimediato al capo durante la fase di espulsione.

Le indagini, che non avevano dato alcun risultato, erano state riaperte nel 2011 dal sostituto procuratore Pizzillo dopo le dichiarazioni rese, alla fine del 2010, dall’ex moglie di un cugino di A.I. Frasi che avevano indicato una traccia che un ispettore di polizia in forza alla Procura, Antonio Massarelli, non aveva lasciato cadere, cercando e trovando i riscontri.

Il resto lo avevano fatto i risultati del test del Dna, reso possibile dai residui di saliva presenti su un mozzicone di sigaretta. Omicidio volontario aggravato, senza alcuna attenuante legata a situazioni di disagio: questa l’ipotesi con la quale il magistrato inquirente aveva chiesto che nei confronti della donna venisse applicata la custodia cautelare in carcere. Incontrando, però, il no del gip Roberto Melone, che aveva ritenuto non sussistenti, probabilmente per il lungo arco temporale, i presupposti. E altrettanto aveva fatto il Riesame rispetto all’appello presentato dal Pm.

Nell’ottobre del 2013 il rinvio a giudizio stabilito dal gup Maria Di Carlo, il 10 gennaio del 2014 l’inizio del processo e, nel giugno dell'anno successivo, la condanna a 14 anni, arrivata al termine di un'udienza nel corso della quale l'imputata si era seduta dinanzi ai giudici. “Non ero incinta, all’epoca non ero fidanzata, e due figli li ho avuti dopo essermi sposata nel 2004”, aveva ripetuto.