Il 3 dicembre, giorno nel quale è stato fissato il processo dinanzi alla Corte di assise di appello, saranno trascorsi sei anni e cinque mesi dalla sentenza di primo grado e quasi dodici dall'omicidio. Quello dell’avvocato Maurizio Schiavone, 48 anni, di Benevento, il cui corpo era stato rinvenuto la mattina del 5 febbraio del 2008, crivellato da 16 colpi di pistola calibro 22, in una Citroen C3 ferma a poche centinaia di metri dallo svincolo autostradale di Castel del Lago.
Un delitto del quale era stato accusato Pierluigi Goglia Calabrese (avvocato Angelo Leone), 44 anni, di Vitulano, imprenditore del settore dell'export-import di carne, che la Corte di Assise di Benevento, il 23 settembre 2013, aveva assolto per non aver commesso il fatto.
Il pm Marcella Pizzillo aveva proposto la sua condanna a 27 anni come autore di un omicidio premeditato, con un movente che “si collega al contenzioso tra Luigi La Peccerella, che la vittima assisteva, e l’imputato”. Schiavone aveva pagato con la vita - questa la tesi - la sua intromissione nella vertenza. “Avrebbe cercato di compiere un’estorsione all’insaputa del suo cliente. Se non si fosse messo di mezzo per lucrare soldi, non sarebbe stato ucciso”, la conclusione del magistrato inquirente. Che aveva riepilogato l'attività investigativa sottolineando “il comportamento di Goglia Calabrese: il 5 febbraio parte per la Romania, cinque giorni più tardi, in una conversazione registrata, parlerà, oltre che del furto dei cellulari che ha subito, anche della necessità di distruggere alcune scarpe. Da quel momento in poi userà solo utenze straniere, pensando forse che non fossero mappabili”.
C’è poi un’altra telefonata che, secondo l’accusa, inchiodava l'allora 38enne alle sue responsabilità. Sono le 21.54 del 4 febbraio, Schiavone sta attendendo l’imputato a bordo della sua C3. Digita il numero del suo cellulare che ha in rubrica, ma la telefonata non parte. “Schiavone riattacca - aveva osservato il pm - perchè vede arrivare Goglia Calabrese”. Abbassa il finestrino, ed è questo il momento nel quale viene investito da una scarica di proiettili esplosi da una pistola calibro 22. Indice puntato, dunque, contro il commerciante.
Sulla stessa linea i legali delle parti civili (moglie, figlio e sorella di Schiavone): gli avvocati Claudio Fusco, Vincenzo Sguera e Vittorio Fucci.
Una ricostruzione dei fatti contestata dall’avvocato Angelo Leone, difensore dell'imputato, che, dopo aver evidenziato che “per affermare la responsabilità di un imputato in un processo indiziario, è necessario che gli indizi siano gravi, precisi e concordanti”, aveva definito “congrue” le dichiarazioni rese dal suo assistito nell’interrogatorio dopo l’arresto, “quando non sapeva alcunchè di ciò che le indagini avevano già accertato”, e quelle ascoltate in aula.
Leone aveva letto a più riprese le motivazioni con le quali il Riesame aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare per Goglia Calabrese; si era chiesto come mai «sul telefono di Schiavone ci fosse solo la telefonata delle 21.54 e non altre. Chi le ha cancellate, chi aveva interesse a comporre il numero di Goglia?». Interrogativi ai quali era seguito una dura critica al lavoro degli inquirenti. “E’ mancato il coraggio di prendere atto del fallimento di un’ipotesi investigativa”.
Nel mirino la conversazione relativa alle scarpe, su cui “non erano state trovate tracce di polvere da sparo ma di sangue animale”. E, poi, le circa “30mila telefonate intercettate su 36 utenze, ma solo di circa 300 è stata disposta la trascrizione” e la mancata valutazione delle piste alternative. Il difensore ne aveva indicate cinque, alcune locali, soffermandosi soprattutto su quella che rimandava ad un personaggio napoletano, Ciro Auriemma, e sulla telefonata intercorsa con Schiavone la mattina del 4 febbraio, quando il legale aveva versato 2500 euro per coprire un debito che aveva con lui.
La conclusione: “Vi sembra possibile che Goglia, dopo aver incontrato Schiavone e aver trovato un accordo il giorno prima, decida di dargli i soldi e poi di ucciderlo? Ecco perchè non può essere lui l’omicida”. Due ore di camera di consiglio, poi la sentenza della Corte di Assise, che aveva assolto l'imputato per non aver commesso il fatto.
Ora, a distanza di oltre sei anni, il giudizio d'appello a carico di Calabrese Goglia, da aprile ai domiciliari dopo essere stato tirato in ballo, nel maggio 2017, al pari di altre persone, nell'indagine antidroga della Dda e dei carabinieri della Compagnia di Montesarchio centrata su un presunto traffico di stupefacenti - cocaina, hashish e marijuana - tra Marocco, Spagna e Italia, per la quale è imputato dinanzi al Tribunale sannita.
