Omicidio della pensionata, quattro condanne

Pene da 14 a 20 anni con rito abbreviato. Una quinta condanna solo per rapina

Benevento.  

 

Quattro condanne per omicidio e rapina, una quinta solo per rapina. E' la sentenza pronunciata pochi minuti fa dal gup Loredana Camerlengo per le cinque persone (la posizione di una sesta è stata stralciata) chiamate in causa nelle indagini dei carabinieri del Reparto operativo e della locale Stazione sulla rapina e l’omicidio di Maria Coppola, la 72enne di San Giorgio del Sannio, morta al Rummo il 18 febbraio dello scorso anno, dieci giorni dopo essere stata aggredita e picchiata nella sua abitazione in via Bocchini.

Queste le pene stabilite, ridotte di un terzo per la scelta del rito abbreviato: 20 anni per Daniel Constantin Pandelea, 22 anni, rumeno, residente a San Giorgio del Sannio, indicato come colui che avrebbe colpito la pensionata; 17 anni per Giuseppe Mottola, 25 anni, di San Giorgio del Sannio, ritenuto l'ideatore del colpo; 16 anni per Luigi De Vizio, 25 anni, di Torre Le Nocelle, in provincia di Avellino, che aveva preso parte all'incursione nella casa; 14 anni e 8 mesi di reclusione per Alfredo De Capua, 31 anni, di San Giorgio del Sannio, che avrebbe fornito le informazioni sul 'bersaglio' del raid; 4 anni per rapina per Alin Constantin Isfan, 22 anni, di nazionalità rumena, che è stato invece assolto dall'accusa di omicidio per non aver commesso il fatto. Per Isfan il ruolo di 'palo'. Per tutti il risarcimento dei danni in favore delle parti civili (i familiari della vittima con l'avvocato Alberto Simeone e l'avvocato Mattia Trofa per il proprietario della Ford),   e l'interdizione dai pubblici uffici.

La sentenza ha accolto quasi completamente le richieste del pm Nicoletta Giammarino, che aveva proposto 20 anni per Pandelea, 16 per Mottola, 15 per De Capua, 14 per De Vizio e Isfan.Per i due stranieri, Mottola, De Capua e De Vizio le imputazioni di rapina ed omicidio. Per Mottola e De Vizio anche quella del furto di una Ford Fiesta adoperata per il colpo e poi data alle fiamme: un rogo contestato solo al primo.

Il giudice ha invece trasmesso per competenza territoriale al Tribunale di Avellino e Napoli, rispettivamente, gli atti relativi a Umberto Cammarata, 33 anni, di Benevento (avvocato Kalpana Marro), e Antonella Pia Bruno, 25 anni, di Napoli (avvocati Antonio Leone e Fabio Russo junior). Il primo è accusato di furto e incendio dell'auto, la donna di favoreggiamento. Entrambi saranno giudicati con rito ordinario.

Sarà invece vagliata il 29 settembre, dopo lo stralcio, la posizione di Giuseppe De Nunzio, 24 anni, di Benevento (avvocato Giancarlo Caporaso), che risponde solo di furto e incendio ed ha scelto il rito abbreviato.

 

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Erano le 13 quando il gup Loredana Camerlengo è rispuntata dalla camera di consiglio nella quale era entrata alle 11.30. Spento anche il condizionatore, nell’aula Falcone-Borsellino è piombato un silenzio assoluto. Rotto dalla lettura del dispositivo. Parole pesantissime per quasi tutti i cinque imputati chiusi nella cella di udienza. Parole destinate e pesare sul loro destino.

E’ stato un omicidio volontario, punito con una gradualità che ha circoscritto responsabilità che si ritengono accertate ed ha definito l’esistenza di un concorso. Non anomalo, come aveva prospettato, nella sua requisitoria, il pm Nicoletta Giammarino. Maria Coppola è stata aggredita  e picchiata nel letto da Pandelea e poi trascinata a terra, dove la sua testa è stata sbattuta sul pavimento. Nessun dubbio per il giudice, che, oltre ad escludere la possibilità di una diversa qualificazione dell’imputazione (da omicidio volontario a preterintenzionale), ha evidentemente ritenuto provato anche il nesso di casualità tra le lesioni subite dalla poverina e la morte, avvenuta dieci giorni dopo.

Ha provato a spezzarlo, quel nesso, la difesa. Opponendo alle argomentazioni della dottoressa Monica Fonzo, consulente del Pm, quelle di un proprio specialista, il dottore Emilio D’Oro. La morte – hanno tuonato i legali – è stata causata da un’infezione batterica; dunque, nessun rapporto tra il decesso ed il trauma cranico riportato, peraltro dovuto ad una caduta. Quando, dopo essersi liberata del cordino con il quale era stata attaccata con un braccio al letto, si era alzata.

Una ricostruzione dei fatti diametralmente opposta a quella dell’accusa, che questa mattina ha spinto gli avvocati Antonio Leone e Pierluigi Pugliese, difensori di Mottola,  sulla scia di quanto aveva già fatto in precedenza l’avvocato Vincenzo Regardi (per De Capua) a definirla “completa sul piano logico”. Mottola e gli altri imputati – hanno continuato - “non avevano alcuna volontà, alcun intento di uccidere. Volevano soltanto mettere a segno un furto, non c’era in loro alcuna consapevolezza che l’unico schiaffo dato alla donna l’avrebbe portata al decesso”. Ecco perché – hanno concluso – “manca la prova certa”.

Riflessioni che non hanno scalfito le certezze del giudice, per il quale, dunque, l’intera vicenda si è svolta così come l’hanno descritta le indagini. Pandelea (avvocato Ugo Cioffi) che aggredisce la 72enne, De Vizio (avvocato Vincenzo Todesca) che rovista e fugge dopo aver visto l’altro usare violenza. Doveva essere un furto che avrebbe dovuto fruttare un paio di chili di oro e 30mila euro in contanti, non un anello e due orecchini. Un raid ispirato e messo a punto, nell’ordine, da De Capua e Mottola, che Isfan non aveva compiuto. Lui, che non mastica una parola d’italiano, era rimasto all’esterno di quell’abitazione. Una condotta che l’avvocato Massimiliano Cornacchione ha evidenziato nel suo intervento, ricordando che il suo assistito era poi andato in Romania, dove al pari di Pandelea era stato arrestato, perché una sorella era stata ricoverata.

Enzo Spiezia