Non ha risposto alle domande del Gip del Tribunale di Roma, Antonella Minunni, avvalendosi della facoltà di non farlo, e si è limitato a rilasciare solo alcune dichiarazioni spontanee. Lo ha fatto per respingere ogni accusa, Pio Taiani, 51 anni, di Benevento, finito agli arresti domiciliari, la scorsa settimana, nell'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma, e della Squadra mobile, denominata ‘Dirty glass'.
Difeso dall'avvocato Angelo Leone, che farà ricorso al Riesame contro l'ordinanza di custodia cautelare, Taiani è stato chiamato in causa per due ipotesi di reato: bancarotta fraudolenta e sequestro di persona in concorso.
La prima è relativa alle vicende della 'Pagliaroli vetri srl (già Pagliaroli vetri Spa fino al 3 ottobre 2014, e 'Global distribution srl' dal 27-10 2015), dichiarata fallita dal Tribunale di Benevento – la sede era stata trasferita nel Sanno- nel marzo del 2016: una società di cui Taiani era stato il legale rappresentante dal 3 ottobre del 2014 al 27 ottobre del 2015.
Un lasso di tempo, ha sostenuto l'indagato, in cui aveva effettuato una serie di operazioni e provveduto regolarmente al pagamento dei fornitori dell'azienda, acquisita sulla scorta di una relazione positiva dei revisori dei conti e poi ceduta, a distanza di un anno, ad un nuovo amministratore.
Quanto al sequestro di due persone, sotto la minaccia di un'arma, che sarebbe avvenuto in un capannone a Sonnino, nel maggio del 2018, Taiani ha negato qualsiasi coinvolgimento. Ha precisato di aver accompagnato con la sua auto tre uomini e di averli poi lasciati perchè atteso da un viaggio di lavoro. Ha dunque escluso di aver preso parte all'episodio, nel quale è stato tirato in ballo per una frase, intercettata, pronunciata con inflessione romanesca ed a lui attribuita.
L'inchiesta, sfociata complessivamente in undici arresti ed un divieto di dimora, e supportata da intercettazioni telefoniche ed ambientali, e dalle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, verte sul ruolo di Luciano Iannotta, 49 anni, di Latina, presidente di Confartigianato, un imprenditore molto noto.
Viene indicato come il personaggio attorno al quale, sostengono gli inquirenti, si sarebbe mossa una rete di relazioni attraverso cui imprenditori della provincia di Latina ed altri di origini campane, avrebbero gestito le proprie attività commerciali realizzando profitti illeciti derivanti dall’acquisizione di asset distratti da società commerciali in dissesto, dalla turbativa di procedimenti di esecuzione e da attività di riciclaggio di proventi di attività delittuose.
Tutto ciò sarebbe stato possibile attraverso l’utilizzo sistematico di soggetti appartenenti alla pubblica amministrazione rivelatisi a disposizione degli indagati, nell’opera di acquisizione di informazioni coperte da segreto d’ufficio e strumentali a schermare le imprese da eventuali indagini di polizia giudiziaria.
