Prima don Antonio Raccio, all'epoca parroco della chiesa di San Silvestro a Sant'Agata dei Goti, che ha confermato di aver dato a Massaro il compito di affiggere a Frasso Telesino i manifesti relativi ad una festa in programma agli inizi di agosto, ma non quello, come sostiene l'imputato, di verificare nei giorni successivi se fossero ancora al loro posto o fossero stati stracciati; poi Maria Utilia e Teresina, sorelle della vittima: Giuseppe Matarazzo, il 45enne pastore di Frasso Telesino ammazzato a colpi di pistola il 19 luglio del 2018 dinanzi alla sua abitazione alla contrada Selva.
Sono i tre testimoni – di altri sette sono state acquisite le dichiarazioni rese durante le indagini del pm Francesco Sansobrino e dei carabinieri – ascoltati nel processo a carico di Giuseppe Massaro (avvocati Angelo Leone e Mario Palmieri), 57 anni, di Sant'Agata dei Goti, e Generoso Nasta (avvocati Orlando Sgambati e Angelo Raucci), 32 anni, di San Felice a Cancello.
Nasta è accusato di aver guidato la Croma usata per l'omicidio, che Massaro avrebbe fornito al pari della pistola 357 magnum -gli era stata ritirata per una discrasia del numero di matricola-, dalla quale, secondo una consulenza balistica, erano stati esplosi più colpi contro il 45enne- tre lo avevano centrato, mortale quello all'altezza della spalla sinistra-, i cui familiari, parti civili, sono rappresentati dagli avvocati Antonio Leone e Tullio Tartaglia.
Maria Utilia ha spiegato che erano stati i genitori ad avvertirla, mentre Teresina ha ricordato di aver ricevuto la telefonata del papà, di aver dato l'allarme al 118 ed alle forze dell'ordine e di essere immediatamente corsa a casa. Si era trovata di fronte una scena terribile, inutile ogni tentativo di rianimazione per Giuseppe. "Mio fratello si è sempre dichiarato innocente, me lo ripeteva ogni volta che andavo a fargli visita in carcere, e non si era mai arreso", ha aggiunto, facendo riferimento alla condanna a 11 anni e 6 mesi che aveva finito di scontare un mese prima di essere ucciso perchè riconosciuto responsabile di abusi sessuali ai danni della 15enne che il 6 gennaio del 2008 si era tolta la vita impiccandosi ad un albero.
Una storia drammatica che, a detta degli inquirenti, fa da sfondo e rappresenta il movente di un delitto per il quale mancano ancora all'appello il mandante e l'esecutore.
Niente escussione invece, come detto, per altre sette persone: tre familiari, un amico, i titolari di una officina e la moglie di uno di loro. Questi ultimi, in particolare, erano stati chiamati in causa rispetto alle affermazioni sui movimenti, la sera dell'omicidio, dei genitori e dei fratelli della ragazzina che l'aveva fatta finita. Si torna in aula il 22 ottobre.
