Inquinamento fiumi, depuratori: i due fronti dell'inchiesta

Uno riguarda i sindaci, l'altro anche tecnici ed amministratori di società ed enti

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Benevento.  

Un doppio fronte: uno riguarda alcuni sindaci (attuali o ex), l'altro qualche primo cittadino e, soprattutto, dirigenti e tecnici comunali, amministratori, dirigenti e dipendenti della Gesesa, titolari e operai di società, titolari e addetti di laboratori di analisi, tecnici Arpac. Sono i due binari lungo i quali corre l'attività investigativa della Procura di Benevento, guidata da Aldo Policastro, su un tema al quale è riservata la massima attenzione: l'inquinamento dei fiumi Calore e Sabato.

L'indagine iniziale, nella quale è stata già archiviata la posizione di una dozzina di sindaci, era stata scandita, tra aprile e luglio del 2018, dal sequestro preventivo degli scarichi di sei comuni e degli impianti di depurazione, con facoltà d'uso, di cinque centri tra il capoluogo e la provincia. Nel mirino degli inquirenti era finita l'entità delle conseguenze provocate dagli scarichi non autorizzati. Danni da riscontrare attraverso i prelievi dei campioni, con un'operazione per la quale erano stati 'avvisati' i singoli amministratori interessati, per consentire loro di nominare un consulente di fiducia.

Evitando, in questo modo, ciò che era accaduto nella precedente inchiesta, avviata nel 2010 e sfociata in un processo che nel novembre 2016 si era concluso con l'assoluzione, perchè il fatto non sussiste, di ventidue ex o attuali primi cittadini chiamati in causa, a vario titolo, per disastro ambientale colposo ed omissione in atti di ufficio. Un processo sul quale aveva pesato l'impossibilità di illustrare i risultati delle analisi, dichiarati inutilizzabili durante l'udienza preliminare, su eccezione della difesa, perchè i campionamenti e la loro successiva valutazione erano stati eseguiti non in contraddittorio.

L'altro filone è invece più recente: risale allo scorso maggio, quando sono scattati i sigilli per dodici impianti di depurazione, in città e nel Sannio, in una inchiesta nella quale sono state tirate in ballo, come detto, oltre agli amministratori, anche altre figure.

Inquinamento ambientale, frode nelle pubbliche forniture, truffa aggravata, gestione illecita di rifiuti, scarichi di acque reflue senza autorizzazione, abuso d’ufficio e falsità ideologico: queste le ipotesi di reato contestate a vario titolo in un lavoro supportato da intercettazioni telefoniche e da una consulenza tecnica affidata dalla Procura al dottore Auriemma. Attenzione puntata sulla gestione operativa degli impianti, sugli esami effettuati sui campioni delle acque di scarico, ritenuti solo “documentalmente conformi” ai parametri di legge”. Una situazione che avrebbe provocato il peggioramento dello stato di salute dei corsi d'acqua.

Trentatrè, complessivamente, gli indagati, per otto dei quali il gip Loredana Camerlengo, ritenendo "non raggiunta la soglia minima necessaria per l'applicazione delle misure in relazione al pericolo di reiterazione del reato, o per l'insussistenza di gravi ed univoci indizi di colpevolezza", aveva respinto all'epoca la richiesta di misure cautelari. Con una decisione impugnata dal sostituto procuratore Assunta Tillo dinanzi al Riesame, la cui pronuncia è attesa per il prossimo 13 novembre.