Il virus fa il suo lavoro, noi no: incrociamo le dita

Le occasioni sprecate, la confusione e l'ansia per il futuro

il virus fa il suo lavoro noi no incrociamo le dita
Benevento.  

Il virus fa il suo lavoro, siamo noi che non facciamo il nostro. Il Coronavirus, quel terribile microrganismo che da dieci mesi semina dolore ed angoscia la nostra vita, è costantemente a caccia. Cerca ospiti, li trova, si diffonde. E si replica, limitando sempre più le nostre esistenze. Lo stiamo stramaledicendo in tutte le lingue, gli stiamo augurando, come ha fatto il dottore Luca De Lipsis, “una brutta fine 2020 e un mai inizio 2021”. Proviamo ad esorcizzarlo, speriamo che sparisca all'improvviso, ma sappiamo che non sarà così.

Perchè anche nei prossimi, lunghissimi mesi dovremo ancora farci i conti, fino a quando una massiccia campagna vaccinale, ammesso che si realizzi, creerà una barriera insormontabile. E' l'approdo al quale dobbiamo puntare, dopo aver sprecato malamente le occasioni avute. Quando l'epidemia è scoppiata a febbraio, eravamo tutti impreparati ad affrontarla, eppure ce l'abbiamo fatta a resistere. Certo con un lockdown totale che ha avuto pesantissime e devastanti conseguenze su molteplici comparti della nostra economia, ma ha permesso, ad un tratto, di ricominciare a respirare un clima di flebile ottimismo.

Il virus deve essere rimasto sorpreso di fronte alla nostra osservanza delle regole. Un Paese che non le rispetta, lo fa proprio adesso?, deve essersi chiesto a malincuore mentre trovava la strada ostruita e in parte sbarrata. Forse si era rassegnato a circolare con una minore frequenza, ma è stata una sensazione durata un attimo. Perchè ha ripreso a galoppare senza freni, agevolato dai nostri comportamenti, ma anche e soprattutto, a livello centrale e regionale, dalle scelte dei nostri governanti: quelle fatte, in pieno o parzialmente, e quelle non fatte.

Le prime, pur nel comprensibile sforzo di combattere la crisi, si sono rivelate disastrose con il via libera e lo stop ad una serie di attività. E ancora più disastrose sono state le cose che non sono state messe in campo. Avrebbero dovuto preoccuparsi dell'organizzazione dei trasporti, delle modalità di viaggio a bordo dei mezzi pubblici di coloro che li usano tutti i giorni; avrebbero dovuto scatenare la guerra nella sanità, arruolando medici ed operatori, rafforzando le strutture ospedaliere ed il ruolo dei sanitari di base, e la lista potrebbe continuare.

Invece è successo, ma era prevedibile, che le cose non siano andate per il verso che avrebbero dovuto imboccare, con il risultato della cosiddetta seconda ondata, che si è tentato di fronteggiare con provvedimenti che, aggiunti ai precedenti, hanno ulteriormente caricato di responsabilità i cittadini. Se vi contagiate, non prendetevela con gli altri ma solo con voi stessi: è il leit motiv mai enunciato che domina lo sfondo di determinate decisioni, peraltro adottate senza neanche il coraggio che necessiterebbero.

'Rossi' in alcuni giorni, 'arancioni' e 'gialli' in altri, nel segno di un equilibrismo che non promette alcunchè di buono. Per il 7 gennaio è fissata la riapertura della scuola in presenza: finalmente, viene da dire. Nel frattempo sarà comunque il caso di incrociare le dita: non ci resta altro. Anche e soprattutto dopo aver visto le immagini, degne della propaganda dell'Istituto Luce, dell'arrivo scortato delle prime dosi di vaccino in Italia.