Dalla parte di chi soffre. Di chi combatte la battaglia per la propria vita. E si aggrappa ferocemente alla speranza che prima o poi passerà. Quanti di loro, quella notte che ha stravolto la nostra terra, hanno temuto di essere arrivati alla fine? E non per colpa di quella maledetta malattia con la quale ogni ora devono fare i conti, ma per la violenza della natura (e dell'uomo che l'ha aiutata ad esplicare i suoi effetti catastrofici). Molti di loro non chattano su facebook, non navigano in rete o vedono la tv.
Non possono. Hanno avuto paura, ma hanno resistito. Sommersi dall'amore dei familiari, per chi la fortuna di averne, o di sconosciuti soccorritori che li hanno messi in salvo. Trasportati in ospedale, in strutture più sicure delle abitazioni nelle quali trascorrono la loro esistenza. Tenacemente convinti che nulla è perduto, che vale la pena lottare fino all'ultimo secondo. Senza arrendersi mai. Senza mollare un istante. Senza farsi prendere totalmente dallo sconforto.
Potessero, racconterebbero ciò che sono stati costretti a subire ai tantissimi che hanno perso tutto. Ma hanno conservato la vita. Loro, i malati, la rispettano più di chiunque altro. Potessero, griderebbero la loro angoscia. Come non capirli. Potessero, rassicurerebbero tutti: forza, rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo ancora più duramente. Direbbero che la vita ci aspetta e non possiamo tradirla. Anche se ci riserva amarezze e dolori. Dalla parte di chi soffre; di chi, quella notte, ci ha insegnato col silenzio e lo sguardo la via da seguire.
Enzo Spiezia
