Fossi il papà di uno dei bimbi dell'asilo delle Battistine, sarei a dir poco incazzato. Apprendere da una inchiesta che il mio piccolo potrebbe essere stato uno dei 'bersagli' dei maltrattamenti contestati a tre suore e due maestre, le cui mani si sarebbero accanite contro di lui non con la cura per la quale lo avevo affidato a loro, lascia sconcertati. Dunque, sono assolutamente comprensibili l'indignazione, l'amarezza e la rabbia espressa in questi giorni.
Si tratta di una premessa indispensabile a sgombrare il campo da qualsiasi equivoco rispetto a ciò che mi accingo a scrivere. Sono abituato da sempre a raccontare i fatti, inizialmente secondo quanto ipotizzato dall'accusa, e, se è il caso, a commentarli separatamente, senza nascondermi dietro un dito, sapendo che certi punti di vista sono urticanti ma indispensabili.
E allora, senza giri di parole, non ho alcuna difficoltà a definire vergognoso un titolo (“L'asilo dell'orrore) composto solo su una succinta nota della Procura. La coazione a ripetere è uno dei problemi di chi fa questo mestiere, eppure l'esperienza dovrebbe aver insegnato qualcosa. Quel titolo non è vecchio ma vecchissimo. E' stato usato in tantissime altre occasioni nel nostro Paese, soprattutto quando nel mirino degli inquirenti sono finiti comportamenti gravissimi e sconcertanti.
Mi riferisco agli abusi sessuali ai danni di minori in asili e scuole che sono stati al centro di indagini che spesso non hanno retto alla prova del dibattimento. Pur ritenendo inaccettabili, squallidi e vergognosi i comportamenti addebitati alle cinque indagate a Benevento – schiaffi, scuotimenti, bimbi bloccati nei passeggini etc... -, non mi sembra però che abbiano a che fare con l'orrore. Anche perchè quel termine implica un giudizio che non può ancora esserci.
Nell'ordinanza si parla di 25 video, ma chi li ha visti? Chi ha visto l'intera ripresa e non solo qualche frame? Meglio andarci cauti, dunque. Anche perchè, grazie al cielo, vige ancora la presunzione di non colpevolezza, e le responsabilità vengono accertate nei tribunali. Non attraverso la gogna social esaltata da un titolo come quello, che puzzava di luogo comune e sperava di aggiungere qualche copia e qualche clic a numeri sempre più esangui.
