Cinque mesi fa – il 6 marzo - gli è stato inflitto l'ergastolo ed è stato giudicato capace di intendere e di volere. Una sentenza impugnata dalla difesa, rappresentata dall'avvocato Nicola Covino, dinanzi alla Corte di assise di appello, che il 7 ottobre si occuperà di Benito Miarelli, il 59enne di Pannarano che dal 4 luglio 2024 è detenuto a Capodimonte con l'accusa di aver ammazzato, soffocandolo prima e decapitandolo poi con un'accetta, mentre era a letto, il fratello Annibale, 70 anni, di cui aveva successivamente portato la testa in strada, appoggiandola su un muretto.
Le conclusioni del Pm
Un delitto terribile con “modalità feroci, efferate e disumane per le quali l'imputato deve pagare il suo debito verso i familiari, la comunità di Pannarano e la società civile, sconvolte dall'accaduto”, aveva affremato il pm Marilia Capitanio durante la sua requisitoria, ricordando le “confessioni rese da Miarelli”, le telefonate che nella serata del 3 luglio erano arrivate ai carabinieri: la prima, intorno alle 21.45, di un vicino che aveva segnalato la presenza nel cortile dell'abitazione dei fratelli “una cosa strana, la testa di un uomo”, l'altra, venti minuti più tardi, di Benito, che afferma di aver combinato un guaio: “Aggiù tagliat a cap e fratm..”. La dottoressa Capitano aveva sottolineato che nell'immediatezza Miarelli aveva spiegato di “aver ricevuto un ordine da S. Antonio, Annibale non si comportava bene nell'ultimo periodo, aveva iniziato a frequentare i testimoni di Geova”: terribile la scena nella camera in cui si trovava la vittima, con il “sangue colato dal materasso del letto sul pavimento, schizzi ematici sulle pareti”.
Una scena horror, ma Miarelli, contrariamente a quanto sostenuto dal dottore Fernando Melchiorre, suo consulente, era stato giudicato capace di intendere e di volere sia dal consulente della Procura, il dottore Alfonso Tramontano, sia dal perito nominato dalla Corte di assise di Benevento, il dottore Vincenzo Scarallo, che aveva definito Miarelli privo di “segni di intossicazione cronica da alcol”, “vigile ed orientato”, “consapevole di vivere abnormi psichici” -allucinazioni, il sentire le voci - correlati al consumo dell'alcol che non gli ha comportato conseguenze organiche come la sofferenza epatica o la neuropatia periferica”.
La difesa: è pazzo
Un quadro che l'avvocato Covino aveva provato a smontare, sostenendo che “quella sera Benito non era lucido, farfugliava, e non ha avuto l'istinto di nascondersi, di scappare”. Rivolgendosi alla Corte, aveva aggiunto: “Trovate qualcosa di normale nell'atteggiamento di un uomo che era sempre stato in pace con genitori e fratelli? E' un delitto senza movente, né economico né legato a contrasti, il frutto di uno scollamento dalla realtà. Davvero credete che abbia ucciso dopo un litigio perchè Annibale non prendeva i farmaci di cui necessitava?”. E ancora: “Non ha organizzato nulla, non c'è la prova che bevesse ogni giorno, lui è confuso, continua a vedere il demonio, si sentiva comandato da una entità superiore. Non ha ancora adesso realizzato ciò che ha combinato, mi ha nuovamente ripetuto di aver ricevuto un colpo alla testa. Aveva da tempo problemi psicologici e psichiatrici, lui non mente, è veramente pazzo”, aveva concluso.
