“Non potete che assolverlo...” aveva detto la difesa ai giudici prima che si ritirassero in camera di consiglio.Una convinzione (ed un auspicio) corroborata a distanza di poco più di un'ora. Erano all'incirca le 13.30 quando il Tribunale ha letto il dispositivo, assolvendo Renato Morante (avvocati Carmine Monaco e Paolo Piccialli), 48 anni, di Benevento, per non aver commesso il fatto, dall'accusa, prospettata con le aggravanti dei futili motivi e della premeditazione, di aver tentato di uccidere Giovanni Vesce, 40 anni, di San Giorgio del Sannio, centrato nel 2003 da tre colpi di pistola che lo avevano ridotto su una sedia a rotelle, dove era rimasto fino al 2006, quando era morto.
Identica motivazione anche per la contestazione relativa alle armi, mentre per quella di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti il collegio ha sentenziato che il “fatto non sussiste”. Dichiarate prescritte, infine, le imputazioni di violenza privata e danneggiamento.
Disattesa, dunque, la richiesta di condanna a 21 anni avanzata dal pm Marcella Pizzillo (14 anni e 6 mesi per il tentato omicidio, il resto per la droga), che una settimana fa, nella sua requisitoria, aveva dovuto ricostruire un'indagine diretta dal sostituto procuratore Antonio Clemente ( e condotta dai carabinieri), al centro di un dibattimento seguito dalla collega Nicoletta Giammarino. “Esistono indizi gravi, precisi e concordanti su Morante, sulla sua responsabilità”, si era spesa la rappresentante della pubblica accusa.
Il Tribunale è stato di diverso avviso, ha accolto le argomentazioni dei difensori. Che nelle loro arringhe avevano puntato il dito contro l'attività investigativa, la sua “inadeguatezza” e le sue “incongruenze”; contro il movente – l'ipotesi della gelosia di Morante nei confronti di coloro che erano stati in passato fidanzati con la moglie - “che non ha ancora trovato un riscontro giudiziario” ed è stato alla base delle inchieste (e dei processi) anche su altre vicende. Nel mirino, inoltre, “la scarsa attendibilità di un collaboratore di giustizia evidenziata anche dalla Cassazione”, “l'esibizione alla vittima della foto della consorte ma non di Morante”. Un “formale, mancato riconoscimento dell'autore dell'attentato, di cui Vesce aveva fornito una descrizione dettegliata, spiegabile con il timore di veder crollare l'impianto accusatorio”.
I fatti risalgono al pomeriggio del 28 agosto 2003 . Sposato e padre di figli, Giovani Vesce era in sella ad un ciclomotore Honda Sha 150 con il quale stava raggiungendo la ditta di impianti termoidraulici, con ede nel capoluogo, di cui era dipendente. Mentre transitava lungo contrada Piano Cappelle, all'improvviso, all'imbocco di una curva che piega a destra all'altezza dell'ingresso di un'officina meccanica e di un negozio che vende pasta fresca, un fuoristrada verde (una Rover) con due uomini aveva affiancato il mezzo e l'aveva fatto sbandare, facendolo finire in una cunetta. Poi, dal finestrino del passeggero erano stati esplosi tre colpi di pistola calibro 6.35 che avevano centrato l'allora 37enne, ferendolo al collo ed al polmone destro. Gravissime le conseguenze: da quel momento per l'uomo era cominciata un'esistenza sulla sedia a rotelle, terminata tre anni più tardi, nell'agosto del 2006.
Morante era stato destinatario nel 2007 di un'ordinanza di custodia cautelare che era però stata annullata dal Riesame nella parte relativa al tentato omicidio di Vesce, i cui familiari, parti civili, sono stati rappresentati dall'avvocato Vincenzo Sguera.
Come più volte ricordato, dopo l'annullamento deciso dalla Cassazione, che ha rinviato gli atti alla Corte di appello, della condannna a 16 anni e 9 mesi, confermata in secondo grado, per il tentato omicidio di Roberto De Santis, da due mesi Morante è tornato in libertà per decorrenza dei termini di custodia. Di qui, dunque, un nuovo giudizio d'appello. La stessa Corte di appello deve invece ancora esprimersi su una condanna a 12 anni per armi. A giugno 2015, infine, Morante è stato assolto dall'accusa di tentato omicidio del cognato.
Esp
