Solot: il teatro è resistente e resistenza

La compagnia stabile di Benevento raccontata da Michelangelo Fetto e Antonio Intorcia

solot il teatro e resistente e resistenza
Benevento.  

“Discorsi del tipo: la gente non va più a teatro? Li sento da trent'anni. Ma il teatro è resistente ed è resistenza”.
Michelangelo Fetto sgombra il campo con decisione.
Insieme ad Antonio Intorcia è una delle anime della Solot, la compagnia stabile di Benevento che conta su trentadue anni di lavoro (è nata il 9 aprile del 1987).
“I nostri buoni insegnanti – racconta - ci hanno trasmesso non solo le basi per fare il mestiere ma anche una cognizione politica del teatro. Già prima dell'avvento del cinema e della televisione e, oggi ancora di più con i social e l'epoca che chiamo “dell'io basto a me stesso”, il teatro ha sempre avuto problemi. C'è sempre stata un'arte che ha provato a soppiantarlo eppure i cinema sono diventati supermercati, la televisione è diventata tematica e invece il teatro resiste”.

Certo qualche mea culpa Fetto non lo risparmia: “Se facesse qualche occhiolino in meno al cabaret e preservasse la sua natura originaria che è quella di parlare alle persone. Se ritrovasse la sua natura di agorà e la funzione di teatro civile avrebbe maggiore successo. Questo non significa fare spettacoli noiosi. Abbiamo parlato del gioco d'azzardo con un testo di Dario Fò, ammazzandoci di risate, ad esempio. Con il Festival Universo Teatro (ndr. che riuniva a Benevento le compagnie teatrali universitarie da tutto il mondo) abbiamo ricercato la funzione politica del teatro, intesa come teatro per la città. Insomma se lo fai onestamente e con rigore il teatro può avere ancora successo anzi ti può far distinguere nel disamore programmatico che ci siamo imposti come società”.
 

Non solo un lavoro ma una scelta di vita quella di creare una compagnia che vive del territorio e per il territorio. La Solot stringe forte il suo legame con le radici. E' ingranaggio trainante della società che costruisce ma conserva lo sguardo curioso di chi è sempre sul punto di incominciare. “Siamo sempre stati liberi dall'assistenzialismo puro – esordisce Antonio Intorcia-, cioè dal 'siccome sono attore ho diritto al contributo di un ente locale'. Tutti i fondi di cui abbiamo usufruito in questi anni sono stati sempre utilizzati per i progetti e quindi rendicontati al centesimo. La ricaduta sul territorio, che è quanto va a connotare la nostra storia, nasce proprio da questa attività stanziale di compagnia stabile che permette il ritorno delle economie sul territorio. Non abbiamo speso soldi per andare a fare tournée fuori (che pure abbiamo fatto) ma tutte le economie che abbiamo intercettato sono state spese qui. E sempre qui siamo riusciti a rinnovare l'organico della compagnia investendo i finanziamenti ottenuti, vincendo bandi dedicati ai giovani per la valorizzazione dei beni pubblici e per il sociale. Parliamo di 400mila euro che abbiamo intercettato direttamente e speso, con un organico di ragazzi under 35, creando lavoro anche per giovani”.

 

Una forte identità con il territorio connota tutto il lavoro della compagnia. La strada percorsa dalla Solot è un po' un doppio binario. “Da un lato non abbiamo mai smesso di guardare a collaborazioni con personaggi che sapessero farci crescere, a partire da Ugo Gregoretti che è il nostro maestro assoluto, dall'altro la nostra drammaturgia sì è sempre basata sulla valorizzazione della nostra storia e delle nostre origini. Più della metà degli spettacoli che abbia prodotto raccontano la nostra realtà: dai Valani ai bombardamenti, dai partigiani alle tradizioni e senza dimenticare i nostri prodotti del territorio: dal vino all'olio”, racconta Fetto.

 

Il Mulino Pacifico è la sede della compagnia, uno stabile storico, uno dei cinque mulini che garantivano grano alla città. Ma la compagnia ha mosso i primi passi in un teatro del centro storico il San Nicola.
“Abbiamo sempre avuto una sede in spazi pubblici – commenta a riguardo Michelangelo Fetto – e per questo ci hanno sempre considerato dei privilegiati ignorando, però, che con il Comune abbiamo sempre stabilito delle convenzioni occupandoci di un bene pubblico con tutto il carico della gestione e facendolo vivere. Al San Nicola pagavamo un affitto. Per il Mulino, abbiamo stipulato una convenzione e abbiamo garantito un lavoro di ristrutturazione e ripristino della struttura e siamo ancora qui dopo aver vinto una gara ad evidenza pubblica. Insomma c'è una buona collaborazione con il Comune anche se a volte ci sentiamo un po' dimenticati”.

 

Palcoscenico ma anche formazione. E' questa l'altra sfida della Solot che fin dalla sua nascita insegna a giovani e adulti la passione per il palcoscenico attraverso una scuola di teatro che ha formato generazioni. Non solo attori ma anche spettatori consapevoli e appassionati.
“Prendiamo i reality – racconta Fetto parlando della scuola di teatro -. Ecco sono tutto il contrario di quello che proviamo ad insegnare. Hanno alla base il concetto di esibizione e gara. Dopo due giorni si cerca di inquadrare e mostrare direttamente il fiore noi invece siamo interessati a come il fiore può essere piantato e può crescere. Lì si guarda al successo ora e subito. E' un modello deleterio che dimentica la preparazione culturale che è alla base di ciascuno di noi. Nella nostra scuola, invece, proviamo ad invertire l'equazione”.

Ma come realtà che spende e produce lo sguardo è anche ad un sistema difficile. Lo inquadra Antonio Intorcia: “E' un problema di mercato – spiega –. Ad esempio capita che le filodrammatiche si mettano in scena senza però dover sostenere i costi come i nostri. E dal punto di vista lavorativo si configurano ipotesi di lavoro in nero e non tutelato. Il problema – prosegue – è che per il teatro manca una buona normativa. Il fus così come è stato riscritto ha affossato tutte le compagnie non primarie. E' un po' come per le piccole e medie imprese che mantengono quelle grandi ma sono svantaggiate. Per noi ci sono strutture elefantiache che fagocitato tutto mentre si è persa la funzione vera e propria sui progetti. I circuiti teatrali dovrebbero promuovere la nuova drammaturgia in realtà ci sono solo grandi produzioni sempre con star televisivi e gli stessi nomi. Occorrerebbe fare tornare la funzione dei contributi statali a sostegno della crescita e della promozione del territorio. Perché il teatro non è fama e successo, siamo solo buoni artigiani della bellezza”.